#Berlinale69 – Grâce à Dieu, di François Ozon

Quasi a dimostrazione della versatilità del suo sguardo, Ozon affronta stavolta l’attualità più scottante, gli abusi sui minori perpetrati per anni da padre Bernard Preynat, nel silenzio imbarazzato dei vertici della diocesi di Lione. Ma il punto focale del film non sono tanto i “fatti” (accaduti fino agli inizi degli anni ’90), evocati da brevi flashback che lavorano solo sui suggerimenti del fuoricampo, quanto le vicende che hanno portato le vittime a denunciare gli abusi prima agli inquirenti e poi ai media. A partire dall’iniziativa dolorosa di Alexandre che, nel 2014, decide di affrontare il muro di omertà, fino alla costituzione dell’associazione “La Parole Libérée”, impegnata a ottenere giustizia non solo nei confronti di Preynat, ma anche delle istituzioni conniventi, in particolare del cardinale Barbarin. Ma anche qui, più che gli snodi dell’inchiesta, ciò che sembra interessa davvero a Ozon è la spinta psicologica dei personaggi, ciò che si agita dietro la loro decisione di parlare dopo anni di silenzi, di rimozioni dolorose, di tormenti insuperabili. Perciò è come se Grâce à Dieu vivesse di tre tempi distinti, tre tracce focalizzate intorno a diversi protagonisti, ognuno con il suo profilo, con il suo vissuto e la sua ragione. Alexandre (Melvil Poupad), padre di cinque figli, ancora legato alla fede e a una visione profondamente cattolica del mondo; François (Denis Ménochet), ateo intransigente, mosso dalla rabbia e dall’urgenza politica di far guerra al sistema ecclesiastico; Emmanuel (Swann Arlaud), il più segnato nel corpo e nello spirito dagli abusi subiti, che, dopo una vita ai margini, trova un altro senso e nuove motivazioni nell’impegno dell’associazione.

Le differenze tra i tre personaggi sono proprio il nodo fondamentale, la variabile polifonica su cui si articola la complessità delle questioni in gioco, al di là della “trama” giudiziaria: perciò il rapporto con la fede e con la giustizia, l’adesione alle convenzioni di una società profondamente moralistica e conservatrice, la capacità di affrontare il trauma e di relazionarsi agli altri, nella vita lavorativa, sentimentale e familiare. Ed è rispetto ad Alexandre, a François ed Emmanuel, all’evolvere della loro condizione psicologica e dei loro interrogativi morali, che acquistano senso anche le ragioni degli altri, a cominciare dai colpevoli, che cercano di schermarsi dietro la retorica del perdono, piuttosto che affrontare la questione della verità e della colpa. Polifonia, retorica, strategie di comunicazione e di confronto, confessioni e omissioni: è chiaro che al centro di tutta la questione, allora, ci sia la parola, il bisogno e la paura di ogni vittima. Desiderio di parlare, paura di parlare: è un film fatto di parole, Grâce à Dieu, che sceglie, ogni volta che può, la dizione al posto dell’azione, a partire dallo stesso titolo che riprende un’incauta dichiarazione pubblica del cardinale Barbarin. E per questo anche le innumerevoli lettere e mail che punteggiano il film passano per la voce degli interpreti, in una specie di rapporto epistolare truffautiano raffreddato dalle convenzioni della forma. Ma in questo predominio della parola e del confronto verbale, il film trova un suo tono medio, tra il mediatico e il processuale, che finisce per appiattire le differenze e le possibili impennate emotive, sino a rendere, in qualche modo, meccanica e ingiustificata la scelta dei “tre tempi”. Ogni momento segue il suo tragitto per intero, senza salti, infrazioni, accentuazioni. Ozon di sicuro non è imparziale, ma si sforza di mantenere un’obiettiva chiarezza nella ricostruzione della vicende. Fin quasi a sfiorare i limiti del didascalico nell’esposizione dei fatti, nel racconto dei passaggi fondamentali e persino nelle scene di raccordo. Certo per non cedere alla morbosa esibizione della sofferenza o alla retorica dell’indignazione, ma forse anche per non incendiare le inevitabili polemiche per una materia del genere – del resto gli avvocati di Peynart hanno chiesto pubblicamente che l’uscita del film in Francia sia rimandata a dopo il processo… Fatto sta che, alla fine, tutto soffre di un’eccessiva linearità, a parte le vigorose presenze di Menochet e di Arlaud. Ecco, forse ci sarebbe voluta un po’ più di sostanza e meno eleganza.