BFM36 – Lida, di Anna Eborn e The Manakia Brothers, di Eliza Zdru

Il primo impatto con BFM36 è attraverso la sezione Visti da Vicino: scavo nelle viscere della Storia, attraverso terre e corpi-residui che attraversano mondi senza tempo, nell’attesa della morte.

La sezione “Visti da Vicino” di questa 36esima edizione del Bergamo Film Meeting trascina con sé la necessità di uno sguardo che sappia inoltrarsi nel reale nei suoi punti più faticosamente raggiungibili, quelli che spesso restano in bilico tra il vero e il fantasmatico, tra il (ri)conoscibile e l’oscuro, sempre pronti a portare a galla, tra le maglie dell’opera, tracce strettamente personali – che concernono in primo luogo il regista – quanto inconsci e traumi di natura collettiva, affiliati di storie e lotte non troppo lontane eppure spesse volte rimosse. Non solo, dunque, documentari intesi come mero “documento”, bensì lo scavo nelle viscere della Storia, attraverso terre, corpi e volti da essa necessariamente segnati, corpi-residui che attraversano spazi e tempi fuori dall’ordinario, quand’anche questo ordinario ha assunto sembianze alle soglie dell’immateriale, e il tempo affanna tra attese e frammenti di memoria.

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Lida, il lungometraggio diretto dalla giovane e brillante svedese Anna Eborn, rappresenta tutto questo e molto altro ancora: sette lunghissimi anni di lavorazione per la regista, la quale realizza infine un potente e delicato racconto di morte, che non a caso si apre con un conto alla rovescia e un girotondo in bianco/nero a indicare, forse, orizzonte e destinazione finale della propria riflessione. Eborn si reca in uno sperduto villaggio svedese dell’Ucraina dell’Est, territorio spettrale e perturbante; si inoltra (con estremo rispetto) tra i corridoi di una squallida casa di cura per anziani abbandonati, tra i quali vive l’ottantenne protagonista Lida, e qui sosta per anni osservando letteralmente il tempo (che resta). «È strano che viviamo così tanto tempo», afferma Lida di fronte alla macchina da presa di Anna, che d’altro canto potrebbe anche fare a meno di quelle parole così esplicite e raccontare della morte (e della vita) soltanto con quegli incredibili ritratti di corpi stanchi e usurati dalle guerre del passato che costruisce nella casa di cura; oppure, con la grana con la quale contamina sapientemente le sue immagini, improvvisamente sfocate e smorte alla pari dei corpi ripresi; con le passeggiate malinconiche al cimitero svedese, quasi un limbo terreno che testimoni di un ultimo spazio ove sia possibile ricongiungere mondi e famiglie di ogni tempo. I protagonisti di Lida sono i superstiti di guerre e deportazioni crudeli (dalle truppe naziste ai russi che li condussero nelle terre siberiane negli anni Cinquanta) ma non troppo distanti, i cui segni sono fortemente tangibili sul tessuto del film, nella voce roca della narratrice, tra le storie che raccontano sempre di un decesso prematuro, di un figlio scomparso: grande opera sul senso della perdita – della terra e dell’identità, sepolte insieme ai cadaveri – , sull’isolamento e sul confine stesso tra il vivere e il morire.

Anche il film-documentario firmato dalla rumena Eliza Zdru, The Manakia Brothers. Diary of a long look back, sembrerebbe tracciare un ulteriore percorso a ritroso nella storia e nella vita di un popolo, quello degli arumeni (dei quali la regista stessa è discendente), che possa presto tramutarsi in qualcosa di più profondo, dal significato universale: cantico di corpi estranei dall’identità cangiante e nomadica, perlopiù relegati ai margini di contesti dominanti; biografia dei fratelli arumeni Milton e Yanaki Manakia, i celebri fotografi e filmmaker che ripresero per primi i grandi eventi storici (e bellici) degli inizi del Novecento nei Balcani, ergendo tale ricerca biografica a racconto sulla vera e propria forma-cinema ai suoi albori, scavando nella stessa e nei suoi intricati rapporti con il contesto storico e l’identità dei suoi autori. Ma così non è: il lungometraggio di Zdru si rivela presto un’ottima raccolta di materiale sui Manakia – partendo dal pretesto di una ricerca del tutto privata – e nient’altro che questo. Il problema della ricerca dell’origine della fotografia che ritrae gli antenati di Zdru veicola in modo assillante e sproporzionato il film, trascinandolo sul binario sbagliato; ma il peccato peggiore resta in questa sede l’incapacità di sapere innestare una propria visione o necessità tra le maglie del proprio lavoro e mai necessariamente davanti (la regista sarà quasi sempre di fronte all’obiettivo), ove il rischio è il soffocamento stesso del film e della (sua) libertà di sguardo.

 

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