Bliss, di Mike Cahill

Nel mondo post Matrix ogni cosa può essere non vera; sta a noi decidere cosa sia la realtà, anche riguardo a qualcosa di evocativo come l’anima gemella. Su Prime Video, con Owen Wilson e Salma Hayek

Col suo terzo film, Mike Cahill si allontana dall’originalità che l’aveva contraddistinto nel panorama della fantascienza indipendente, pur mantenendo intatta la sua idea di cinema: il gioco del doppio, simulazione, realtà alternativa, relazioni umane, tutti tasselli essenziali che compongono il puzzle della sua filmografia, e che al tempo stesso rimandando anche ad altri film iconici del suo stesso genere. Se Another Earth richiama Solaris di Tarkovskij, è innegabile il collegamento tra Bliss e Matrix: la favola del Bianconiglio, il mondo virtuale da esplorare, capire in che (non)realtà vivere, il dilemma di Platone da risolvere e pillole colorate che aiutano nella scelta. Ma nonostante i suoi film siano colmi di rimandi e citazioni ad altre fantascienze e realtà cinematografiche, affatto casuali, il regista sa confondere tanto quanto le illusioni di cui racconta. Le simulazioni e i mondi alternativi altro non sono che distrazioni, vagheggiamenti, miraggi che servono ad allontanare lo sguardo dalla magia e cercano di indirizzarlo verso qualcosa di più scientifico, che nel corso dell’ultima trama è illustrato senza una logical continuity. La fantascienza è libera a interpretazioni, e ciò che mette in scena può non essere reale ma parte spesso da un principio di plausibilità. E se anche Bliss diventa plausibile, non possiede però una solida base scientifica, svolgendo un lavoro minimo per quanto riguarda coerenza e finalità, smorzando il desiderio di scoperta dello spettatore. Una scrittura poco evocativa che prova a raccontare tante cose insieme partendo dal punto più lontano; un Existenz senza impulsi; un Matrix che non rivela quale sia la sua finzione. Forse è più vicino a un episodio di Ai confini della realtà, per l’analisi accennata di alcune nevrosi, paure e abitudini dell’essere umano moderno.

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Nonostante la filosofia delle sorelle Wachowski sia ancora tremendamente attuale, potrebbe invece essere cambiata la percezione di vero o falso: ora non c’è solo l’indagine sul vero che l’uomo moderno svolge in senso ampio, risultante nella semplice separazione di un mondo reale da uno fittizio; pur essendo ancora lo stesso uomo moderno a decidere cosa per lui sia reale e cosa no, in questo mondo post Matrix ci si focalizza sulle cose più piccole. Tutto parte dal fatto che oggi qualunque cosa può non essere vera, sia in negativo – la moda delle fake news – che in positivo, col decidere personalmente di affibbiare un senso di realtà a ciò che più si ama. “Non so se tutto questo è reale, ma mi ha fatto provare un’emozione, e quella è reale.”

Greg (Olwen Wilson) è un dipendente qualunque di un’agenzia qualunque, che nel corso di due telefonate si scopre essere reduce da un brutto divorzio e dipendente da alcuni medicinali. È soggiogato dall’immaginazione, evitando accuratamente di svolgere le sue ore di lavoro e preferendo invece perdersi nei suoi disegni.
Dopo una breve visita da parte del suo capo, che prima lo licenzia e poi resta vittima di un incidente, è costretto a rifugiarsi in un locale sottostante all’ufficio, dove incontra Isabel (Salma Hayek), una donna stravagante dagli abiti curiosi che gli rivela di essere la sua anima gemella e che loro due sono gli unici esseri umani reali.
I due protagonisti, diventati dei senzatetto, scompaiono dal sistema – come se bastasse gettare via il telefono – cercando di non essere identificati e di costruire il loro mondo fantastico, in cui le giornate consistono soprattutto della ricerca di alcuni cristalli, gialli e blu, che li fanno sentire potenti e al sicuro. L’inizio (o la fine) di una inverosimile storia d’amore. Ma Greg, inizialmente contento di aver lasciato la sua vita da impiegato, si stanca, soprattutto tormentato dal costante pensiero di sua figlia. Così nella seconda parte del film Isabel, pur di non perderlo, gli mostra la ‘vera’ realtà, un paradiso che si può apprezzare solo dopo aver vissuto l’inferno.

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Ritornando al cinema di Cahill, al concetto di magia e all’utilizzo dell’amata fantascienza per raccontare l’essere umano – e soprattutto l’essere umano in relazione agli altri esseri umani – questa nuova ricerca del reale finisce col combaciare. Se in Another Earth la protagonista non trova pace per la famiglia che ha spezzato e fonda la sua nuova realtà sul sogno di approdare su Terra 2, e in I Origins la verità è radicata nello sguardo, in Bliss succede con i cristalli, che diventano la nuova realtà atta a ravvivare la vita di una coppia. Per il regista la tecnologia è sempre stata anche magia; e se nei primi due film era più facile nasconderlo, in Bliss è evidente: un mondo con cristalli che manipolano la realtà, tradotti in superpoteri che possono far accendere candele con le dita o schiacciare un furgone. Sono film in cui la fantascienza fa di contorno, con le relazioni umane come centro pulsante. Una fantascienza che si allontana dall’infinito ma punta i telescopi sull’umanità e il suo mistero. L’anima gemella è per Cahill una forma mentis; lo dice apertamente, ma è anche palpabile dalle sue opere. L’anima gemella è l’amore perduto del musicista sfortunato, gli occhi di Sofi che diventano una guida fondata più sull’amore che sulla scienza, e due persone che vivono in una realtà fittizia di miseria in cui non hanno niente oltre sé stesse.

 

Lei è energica, lui confuso: oltre al fatto che i due attori hollywoodiani sono privi di alchimia c’è un dislivello di potere, dove Isabel pensa, decide e comanda mentre Greg cerca solamente di trovare sé stesso. Avendo “perso la memoria”, metafora della perdita dell’abitudine, Greg si sente in dovere di apprezzare tutto, sia il lusso che la miseria, probabilmente autoconvincendosi di aver bisogno di quella vita “spericolata” per ravvivarsi. “Devi sperimentare il bello per apprezzare il brutto” è il messaggio al contrario dietro il brainbox di Isabel e dietro lo stesso film. L’idea di fondo è che siamo intrappolati in un mondo terribile ma che apprezziamo lo stesso proprio per via delle sue imperfezioni, che ci slegano dalle abitudini che altrimenti ci vedrebbero insoddisfatti.

Concetto che può essere anche legato all’uso di droghe, viste come ampliamento della conoscenza e del vivere, che per l’individuo che ne abusa permettono di estraniarsi dal reale e comandarlo. Una delle chiavi di lettura è infatti la tossicodipendenza, l’uomo impiegato che vede le sue giornate monotone tanto grigie da essere spinto ad assumere sostanze per tornare a sognare. D’altronde è un modo reale per alterare la realtà, la percezione che si ha delle cose e del tempo. Se in altri sci-fi che indagano sulla natura della realtà, come ad esempio Inception, le regole sono chiare, come cosa comporta morire in un determinato livello, in Bliss ci sono delle mancanze, come il non conoscere le regole del gioco nelle simulazioni, proprio da chi questo l’ha creato. E la tossicodipendenza, con derivata immaginazione e alterazione della realtà, le spiegherebbe. Se in Matrix la scelta di passare dal mondo artificiale a quello vero è metafora di un risveglio, una presa di coscienza, in Bliss invece sembra sempre più che descriva la dipendenza, l’essere assuefatti e il desiderio di estraneità.

 

Titolo originale: id.
Regia: Mike Cahill
Interpreti: Owen Wilson, Salma Hayek, Madeline Zima, Nesta Cooper, Joshua Leonard, Jorge Lendeborg Jr., DeRon Horton, Steve Zissis, Erin Flannery
Distribuzione: Amazon Prime Video
Durata: 103′
Origine: USA, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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