Blog GUERRE DI RETE – OpenAI “drama”

Nuova puntata della newsletter di Carola Frediani, che ricostruisce il weekend di fuoco di OpenAI, azienda dietro a ChatGPT che ha licenziato il fondatore e CEO Sam Altman

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Guerre di Rete – una newsletter di notizie cyber
di Carola Frediani
N.173 – 19 novembre 2023

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AI E ALLUCINAZIONI
OpenAI “drama”

Tra venerdì e domenica abbiamo assistito a uno degli eventi più assurdi del settore tech, che  – diciamolo  – non si è fatto mai mancare nulla a livello di “drama”, come dicono in inglese, e colpi di scena.
Sam Altman, il Ceo di OpenAI – che con ChatGPT nel novembre 2022 ha lanciato una corsa frenetica globale verso l’AI generativa, raccontata dall’inizio e in dettaglio in questa newsletter – è stato cacciato dal board di OpenAI in malo modo, senza preavviso, senza avvisaglie e senza che nessuno degli addetti ai lavori (tranne il circolo più ristretto) capisse cosa davvero stesse succedendo.

L’annuncio del board

In un post sul blog di venerdì, OpenAI ha dichiarato che il suo consiglio di amministrazione aveva perso fiducia nelle capacità di leadership di Altman dopo un “processo di revisione”, concludendo “che Altman non è stato costantemente sincero nelle comunicazioni con il consiglio, ostacolando la capacità dello stesso di esercitare le proprie responsabilità”. Come interim Ceo veniva intanto promossa Mira Murati, fino allora la CTO.

Frasi che, nel solitamente compassato gergo corporate, non suonano come un benservito, ma come un calcio nei denti. Anche Greg Brockman, come Altman un altro dei cofondatori di OpenAI, faceva “un passo indietro dal ruolo di presidente del board”, annunciava ancora il post, pur restando nella compagine. Anche se, poco dopo, lo stesso Brockman comunicava invece di lasciare la società.
Non passavano molte ore che almeno altri tre ricercatori chiave erano dati in uscita.

L’aspetto più impressionante di questa vicenda è che per ore e giorni, e in parte anche adesso mentre scrivo, nessuno sembrava avere una chiave interpretativa certa, o quanto meno suffragata da fatti e non supposizioni. La stessa Microsoft, principale investitore e partner commerciale, secondo alcuni resoconti, non sarebbe stata a conoscenza della decisione.

Le ipotesi dietro al “drama”

“Sam Altman stava raccogliendo finanziamenti per un nuovo fondo di venture capital incentrato sull’hard tech quando è arrivata la notizia della sua uscita da OpenAI”, scrive The Semafor citando fonti riservate. “I rapporti commerciali di Altman sono stati a lungo oggetto di intrighi nella Silicon Valley. Nelle chat di gruppo e nelle conversazioni private, fondatori e operatori hanno sollevato domande sulla sua rete di investimenti e l’esistenza di connessioni finanziarie non note al pubblico. Non è chiaro se questi investimenti abbiano avuto a che fare con la sua estromissione da OpenAI”.

Ricordiamo che Altman non aveva equity in OpenAI. E che il resto del consiglio di amministrazione comprende il chief scientist di OpenAI Ilya Sutskever (una delle menti più brillanti sul lato tecnico e da alcuni considerato già il manovratore dietro alla defenestrazione), l’amministratore delegato di Quora Adam D’Angelo, l’imprenditrice Tasha McCauley e Helen Toner del Center for Security and Emerging Technology della Georgetown University.

Twitta la giornalista tech Kara Swisher, che ha molti agganci nella Silicon Valley: “Fonti mi hanno riferito di un contrasto tra l’orientamento al profitto dell’azienda sotto Altman e la velocità di sviluppo, che poteva essere vista come troppo rischiosa, e il lato nonprofit dedicato a una maggiore sicurezza e cautela. Una persona vicina a Sam l’ha definito un “colpo di stato”, mentre un’altra ha detto che era la mossa giusta”. E ancora: “Fonti mi dicono che il chief scientist Ilya Sutskever sarebbe al centro di questa situazione. Le crescenti tensioni con Sam Altman e Greg Brockman su ruolo e influenza avrebbero portato il consiglio di amministrazione dalla sua parte”.

Sembra però incongruente che una divergenza di opinioni su velocità di sviluppo, o anche uno scontro di potere interno, portino a un ribaltamento improvviso (ricordiamo che fino ai giorni prima Altman incontrava capi di Stato), e motivato con quelle pesanti parole del comunicato.

Intanto, secondo vari report giornalistici, Altman starebbe già lavorando a una startup di AI, anche se non è chiaro se si tratti di un’accelerazione di qualcosa che era già in fieri (il che potrebbe spiegare in parte anche le reazioni del board) o un progetto nato rapidamente solo in conseguenza della sua estromissione.

Abbiamo scherzato….

Ma non è finita qua. Mentre scrivo The Verge e altri riferiscono che il consiglio di amministrazione di OpenAI starebbe discutendo con Sam Altman per farlo tornare in azienda come Ceo. Sì, avete capito bene. Farlo rientrare come Ceo (su pressione di investitori e Microsoft). Ma l’incertezza è massima.

“Secondo una fonte vicina ad Altman, il consiglio di amministrazione aveva concordato in linea di principio di dimettersi e di permettere ad Altman e Brockman di tornare, ma da allora ha tentennato, mancando la scadenza fondamentale delle 17:00 PT entro la quale molti dipendenti di OpenAI avrebbero dovuto dimettersi. Se Altman decidesse di andarsene e di fondare una nuova società, quei dipendenti lo seguirebbero sicuramente”.

A questo punto mi fermo perché la situazione è davvero in sviluppo e più la si osserva in questo momento, più assomiglia a una fervida allucinazione di ChatGPT. L’unica riflessione che vorrei fare è che queste sono le aziende, organizzazioni, interessi e persone che si siedono a negoziare con gli Stati e l’Unione europea per parlare di regolamentazioni, leggi, rischi e diritti. Per modellare quelle regolamentazioni. Per spingere in una direzione invece di un’altra, e fare lobbying. Per parlare di trasparenza.
Per un identikit di OpenAI vedi questa mia precedente newsletter.


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