Blog GUERRE DI RETE – Riconoscimento facciale e videosorveglianza

Lanciata una campagna europea sul riconoscimento facciale. Chiede che i governi diano spiegazioni sulle ragioni dietro l’adozione di queste tecnologie. Il meglio della newsletter di Carola Frediani

RICONOSCIMENTO FACCIALE

I dati delle videocamere di Mosca venduti in rete, denunciano attivisti
Un’attivista russa ha risposto a un’inserzione sulla app Telegram che offriva accesso ai dati raccolti dalle videocamere di sorveglianza di Mosca con la funzionalità del riconoscimento facciale. Ha pagato 200 euro e inviato una foto di una persona (in realtà era lei) su cui voleva avere informazioni. Le sono arrivate una ottantina di fotogrammi di se stessa colta in giro per la città, con data e localizzazione. Con oltre 100mila videocamere, Mosca ha uno dei più estesi sistemi di videosorveglianza, divenuto pienamente operativo quest’anno. Ma gli attivisti denunciano che il sistema verrebbe anche usato per sorvegliare dissidenti politici, e che sarebbe a rischio di abusi. La polizia sta indagando sulla vicenda. – Reuters

Il riconoscimento facciale rivoltato contro la polizia in Francia
Un artista italiano ha creato un database di volti di poliziotti e ci ha tappezzato Parigi. “Con Capture Police il mio obiettivo è dimostrare che il riconoscimento facciale è così pericoloso che può essere utilizzato anche contro la polizia stessa.” – scrive Vice Italia

E la legge che vorrebbe proibire la diffusione di immagini sui poliziotti
Intanto proprio in Francia i giornalisti sono in rivolta contro una proposta di legge che renderebbe illegale diffondere foto o video che identifichino la polizia o i gendarmi “con l’intento di danneggiarli”. Tale intento – dicono i critici – sarebbe difficile da provare o meno nel caso di giornalisti che stiano riprendendo manifestazioni, scontri o altre operazioni di polizia. La preoccupazione è che la legge possa anche portare a perquisizioni e intercettazioni dei dispositivi e delle comunicazioni dei reporter. – Guardian

Riprenditi la faccia, la campagna internazionale (e italiana ) sul riconoscimento facciale
E’ stata lanciata una campagna europea sul riconoscimento facciale, Reclaim Your Face, Riprenditi La Faccia. Chiede che i governi diano spiegazioni sulle ragioni dietro l’adozione di tecnologie col riconoscimento facciale; e che sia messa al bando la sorveglianza biometrica di massa. Ci sono alcune petizioni in varie lingue tra cui anche l’italiano, la campagna è infatti sostenuta in Italia dall’associazione Hermes. E ci sono richieste puntuali anche all’Italia, al governo e al Garante: “Chiediamo trasparenza su dove e come queste tecnologie vengono utilizzate e la possibilità di esprimere la nostra opposizione a questa tecnologia distopica. Come coalizione intereuropea della società civile e della popolazione, chiediamo ai nostri paesi di rivelare e rifiutare l’uso della sorveglianza biometrica che potrebbe avere un impatto sui nostri diritti e sulle nostre libertà nei nostri spazi pubblici. Chiediamo al Garante di monitorare l’uso di sistemi di riconoscimento biometrico da parte dei comuni italiani; chiediamo al Garante di chiudere nel più breve tempo possibile l’istruttoria aperta ormai da due anni sul sistema SARI Real-Time e sospendere il sistema; chiediamo ai comuni di Torino e di Udine di pubblicare la valutazione d’impatto sulla privacy (DPIA) dei sistemi biometrici che hanno intenzione di installare; chiediamo al Ministero dell’Interno di pubblicare tutte la valutazioni degli algoritmi utilizzati, dei numeri sull’utilizzo del sistema, e di tutti i dati relativi alla tipologia di volti presenti nel database usato da SARI; chiediamo a tutte le città metropolitane di impegnarsi a sospendere ogni eventuale progetto di riconoscimento facciale/biometrico avviato e vietare l’introduzione di tali tecnologie nel contesto pubblico cittadino”.

STRUMENTI
Consigli di autodifesa digitale

Le app di messaggistica da usare, quelle per le manifestazioni, come disattivare la geolocalizzazione e altri accorgimenti
La versione tradotta in italiano da Riccardo Coluccini del documento creato da @cryptoharlem e @sa0un.
Il PDF scaricabile.

SORVEGLIANZA
(Timido) giro di vite Ue sull’esportazione di tecnologie di sorveglianza
Nuove regole sull’esportazione di tecnologie di sorveglianza – inclusi spyware e strumenti per il riconoscimento facciale – sono state approvate dal Parlamento europeo e dal Consiglio. Si tratta di un accordo informale che deve essere ratificato da Consiglio e Parlamento (quindi ancora non operativo). In base a tale accordo sono previsti nuovi criteri per concedere o rifiutare licenze di esportazione su alcuni prodotti che possono essere usati anche per violare diritti umani fuori dall’Unione europea. Le nuove regole prevedono infatti di aumentare l’importanza dei diritti umani nei criteri per le licenze; e di rafforzare l’obbligo per gli Stati membri di fornire dati sui controlli all’export di questi prodotti, aumentando la trasparenza sul settore, riferisce Europarl.
L’obiettivo principale delle nuove regole è accrescere la trasparenza sulle esportazioni dai vari Stati. “I governi devono o rivelare destinazione, prodotti, valore e decisioni sulle licenze per l’export di cybersorveglianza o rendere pubblica la decisione di non rivelare quei dettagli”, scrive MIT Technology Review. Detta così sembra una cosa ben poco risolutiva (dato che possono anche non rivelarli quei dettagli, appunto) ma sempre secondo il MIT Technology Review lo scopo è di rendere più semplice la possibilità di mettere pressione sui governi. Le regole prevedono anche che gli Stati debbano considerare “il rischio di utilizzo di tali tecnologie in connessione con la repressione interna di uno Stato o con la messa in atto di serie violazioni dei diritti”, ma anche questo è non vincolante. Insomma, resta da vedere quanto queste nuove regole (chiaramente frutto di compromessi al ribasso dopo anni di discussioni) potranno fare la differenza. Anche perché la loro efficacia, la loro applicazione, rimane nelle mani dei singoli governi.
Se l’Europa ha fatto comunque un piccolo passo avanti (non quello che volevamo ma un passo in avanti, ha commentato una ex parlamentare europea che si è occupata del tema, Marietje Schaake), dopo anni di critiche e autocritica su come la propria industria della cyber sorveglianza non avesse freni nel vendere pressoché a chiunque (qualunque Stato), vale la pena sottolineare come oggi alcuni importanti attori della cybersorveglianza (ad esempio Israele) appaiano sordi a questo genere di preoccupazioni, non ponendo particolari limiti all’esportazione di questo genere di prodotti. Gli avvocati di Amnesty International avevano infatti chiesto invano a Israele di revocare la licenza di esportazione alla società israeliana NSO Group che vende spyware ai governi, alcuni dei quali sono stati accusati da vari ricercatori di averli indirizzati contro attivisti e dissidenti (del tema ne ho scritto molto in newsletter ad esempio qua). Lo scorso anno funzionari delle Nazioni Unite avevano chiesto una moratoria sulla vendita, trasferimento ed export di spyware in tutto il mondo, ricorda Cyberscoop.

Intanto l’Ue “esporta” training
A proposito di Unione europea e di tecnologie di sorveglianza esportate, c’è anche il tema del training fornito a forze di sicurezza e di polizia di una serie di Paesi dove sono registrate spesso violazioni dei diritti umani. In particolare – è la denuncia della ong Privacy International, che ha ottenuto molti documenti al riguardo –  l’Agenzia europea per il training delle forze di polizia (CEPOL) fornirebbe assistenza a una serie di Stati nei Balcani, in Nord Africa e in Medio Oriente su strumenti e know-how che possono essere usati anche per sorvegliare o infiltrare movimenti, dagli Imsi-catcher alla creazione di profili finti sui social a varie tecniche di intercettazione. La richiesta di Privacy è che la Commissione migliori le pratiche di valutazione del rischio e di due diligence su questi training, aumentando la trasparenza al riguardo e concentrando gli aiuti più sul sostenere e migliorare il sistema giudiziario e regolatorio di questi Paesi. Qui la documentazione di Privacy Int.
Qui altra documentazione sempre ottenuta da Privacy Int sull’uso di un sistema di identificazione biometrica per i migranti e il ruolo della società francese Civipol.
Qui la più vasta campagna con la richiesta di riformare i programmi Ue di aiuto allo sviluppo e cooperazione.

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