Blog NET NEUTRALITY. Fake Detective

Mi pare di capire, e sono quasi certo, che Cristiano Ronaldo potrebbe fermarlo solo “Me Too” (ecco, credo di essermi aggraziato oltre la metà dei tifosi), la var… gogna è superata, mentre ci vorrebbe almeno una marcatura “gentiliana” per strappare un drappo di DNA, come imponeva nel 2000 l’allora Presidente di Forza Italia, nonché del Milan, al CT azzurro Dino Zoff (inciso: una delle migliori nostre nazionali che abbia visto giocare), su Zidane, capitano della Francia, vincente in finale proprio contro di noi. Ecco, forse qui ho riperso i favori dei tifosi di cui sopra. Comunque sia, anche a Gedda, Arabia Saudita, il Milan, non più di Berlusconi ormai, ha sperato nel “Me Too”, ma evidentemente non era nel Paese del mondo più propenso, pur se le donne sono libere di guidare l’auto, possono andare allo stadio “accompagnate” e soprattutto, conquista molto recente, sono informate in tempo reale della separazione coniugale, che una volta il marito poteva formalizzare senza l’obbligo di comunicare la decisione alla propria metà.

Ma cosa importa, l’Arabia paga profumatamente la Supercoppa italiana e si è già accaparrata le prossime edizioni, mentre noi in Italia, ogni tanto, ci spargiamo sulle guance, così anche i calciatori, lo smalto rosso della var…gogna, pardon, vergogna. In Arabia domina il bianconero, il bianco sceicco e il nero burqa, quasi color petrolio. Anche il ministro degli interni venuto dal nord (tifoso del Milan e sempre pronto, pure lui, a mettere becco in faccende calcistiche e a bacchettare i suoi mister) qualche giorno fa ha allarmato le donne sarde: “donne sarde attente, potreste finire con il burqa…”, dopo aver confermato l’intenzione di ripristinare la leva obbligatoria e aver giurato agli isolani che il rosso/negro Cesare Battisti marcirà in galera e non potrà più terrorizzare il popolo italiano, soprattutto con i suoi trascorsi giallo/noir, l’orma rossa, traduttore ed interprete di in un turbine di interpretazioni possibili e di misteri. La recessione economica senza Battisti è scongiurata… Come vorrei vivere in mondo ideale, magari in una città ideale, non quella rinascimentale in tempera su tavola di autore sconosciuto, ma quella vicino Gedda, Neom, la prima start city, 30 volte più grande di New York, concepita nel deserto, dove il petrolio è acqua passata. Dove il nostro menestrello, tornerebbe a ricostituire il suo gruppo di appartenenza, i Village People, lontano dalle nostre strade a interpretare il seriale “fake detective” e ritornando a sfoggiare liberamente giacche trans… former.

Neom, la prima start cityImmaginiamo una città del futuro. Interamente alimentata da impianti solari ed eolici. Dove i trasporti saranno elettrici e non necessiteranno di guidatori. Dove ogni servizio sarà automatizzato. E tutto sarà all’insegna delle più moderne tecnologie. Dagli ospedali, alla sanità, fino alla sicurezza. Un grande polo industriale, la prima zona franca al mondo che abbraccerà tre Paesi: Arabia Saudita, Egitto e Giordania. Già, perché geopolitica e finanza spodesteranno il liquido nero che scorre sempre meno nelle vene sotterranee. Tutto procede alla realizzazione, nonostante gli architetti Norman Foster e Carlo Ratti, designati tra i progettisti della mega città, hanno abbandonato, in risposta alla scomparsa del giornalista saudita dissidente Khashoggi. E l’anima? Immagino sentenzierebbe Nic Pizzolatto, immerso nella desolata e violenza provincia del Paese più avanzato del mondo. Costruire dal nulla, sul nulla, costa quanto? Costa soltanto una bugia a se stessi? Dire una bugia dovrebbe davvero far crescere il naso, anche agli automi di Neom, o agli interpreti di True Detective (inciso: occhio al poderoso regista dei primi due episodi della terza serie, Jeremy Saulnier…) come Collodi insegna, ma dovrebbe crescere all’istante, non con tempi geologici, segnando il passaggio dall’uomo arcaico al moderno, come conquista evolutiva paleo-antropologica. Il naso è cresciuto troppo lentamente nell’arco degli ultimi tre milioni di anni, dovrebbe essere la conquista hi-tech, capace però di scorporare le bugie “buone”.

Di burattini globali dovrebbe essere abitata Neom, oltre la scoperta trumaniana, al di là dell’orizzonte in cartongesso, come nelle storie di Pizzolatto: il legno in cui andrebbero intagliati dovrebbe essere l’umanità. Come Fantocci, pardon, Fantozzi spirituali. Uno e trino: “ti guardi e ti dici che senza dubbio sei qualcuno, che quello nello specchio sei tu. E sei tu. Però non c’è nessuno” (Miguel Morey). Quale dei tre personaggi interpreterebbe il menestrello interno in True Detective? Il poliziotto, il vigile del fuoco, il ringhioso Gattuso? Sicuramente sarebbe coinvolto in una danza selfica post-produttiva, in cui la prossimità con la verità latita (come tutti quei “negri” di Afragola nel selfie), la realtà apparirebbe in una proiezione fuori dal corpo, distaccata dalla percezione diretta.

Di contro invece, Pizzolatto gli lascerebbe scoprire lentamente la profondità dell’indefinito, dell’ignoto a tre facce, smantellando, con una danza elfica, i selfie interni, regolatori di emozioni, che continuano ad alimentare la necessità psicologica di accrescere l’affermazione di se stessi. Solo a Marwen…col, in cui Pizzolatto e Zemeckis idealmente si contendono la profonda anima nera, c’è ancora vita. L’incubo americano, attraversando il tormentato sonno, si fa, per una volta ancora, sogno.