Blog NET NEUTRALITY. Le storie del vulcano, di Stefano Incerti

Tutta colpa della rete… Lo shopping online miete una vittima ingombrante: i grandi centri commerciali americani. L’ascesa dell’e-commerce sta condannando a morte i famosi malls statunitensi, trasformandoli da motori del commercio e agorà di dispersive periferie, in scheletri architettonici. Simboli del repertorio iconografico USA al pari dei fast food, cattedrali laiche dove recarsi con rituale sacralità per acquisti, ristoranti, ritocco unghie e via dicendo, facendosi avvolgere dall’opulenza kitsch del consumismo made in USA, dove tutto è grande, seriale e l’offerta debordante, i centri commerciali sono in lento, inesorabile declino. Un fenomeno quello del declino degli shopping center documentato anche in un’insolita serie pubblicata su You Tube finita sulle pagine del New York Times: The dead mall series, nostalgico documentario in giro per i centri commerciali depressi o dismessi dell’East Coast. Ma questa è un’altra storia, una sola, al cospetto di tante storie del vulcano, quello buono, non certamente lo sterminatore di Ercolano e Pompei. Eruttò il 24 agosto (?) del 79 d.C., durante una calda estate, si dice che, allora, Pompei fosse la più ridente e allegra mecca dello svago in tutto l’impero romano. Dicono che fosse piena di bordelli. Taverne. Osterie. Ma a quell’ora il Vesuvio impazzì. Vomitò cenere e fiamme alte chilometri. La sua vetta si abbassò di seicento metri per la violenza esplosiva. Una colonna di fumo oscurò il sole. Annerì il cielo. Un terremoto squarciò le viscere della terra. Ultimo venne lo tsunami. E fu la fine di tutto. La fine di ogni forma di vita. Tracce di Storia, frammenti di una storia, brandelli di migliaia di piccole storie vengono proiettate dalle viscere dei ricordi.

Un Independence Day, Life in a Day, discorso ripreso appunto dal progetto di Ridley e Tony Scott. Il 24 luglio 2010 oltre ottantamila persone nel mondo hanno filmato qualche minuto della loro giornata. I fratelli Scott, in collaborazione con YouTube e il regista Kevin Macdonald hanno successivamente selezionato materiale per circa 100 ore poi ridotte a 95 minuti. 4500 ore di video, da 197 paesi. Non è un film, è un’esperienza visiva ed emozionale di straordinaria potenza, è un prodotto d’arte che mette gli spettatori in condizione di far pace con la propria umanità, di sentirsi all’interno di un tutto che è tanto più grande della mera somma delle parti.
Ed è probabilmente ciò che si è prefissato Stefano Incerti, regista partenopeo di Il verificatore, Gorbaciov, La parrucchiera, commissionato da uno dei centri commerciali più grandi d’Italia (attraverso la società di comunicazione “Canali & Co”), sito a pochi chilometri da Napoli. Primo Shopping Social Movie mai realizzato in un centro commerciale. Film corale, cortometraggio di 25 minuti, scaturito da circa 10 ore di materiale girato dalle persone che frequentano Vulcano Buono, diventando protagoniste del grande schermo con le loro storie personali, legate ad una esperienza vissuta nel centro commerciale (il ragazzo che gira candid camera, la famiglia a spasso per una giornata di relax e regali, la ragazza che rievoca il primo amore finito tragicamente…). Progetto crossmediale di user-generated content. Con il montaggio e l’uso di musica originale (bella), il regista ha realizzato la tessitura narrativa, creando un vero e proprio racconto cinematografico. Nel primo periodo sarà visibile esclusivamente nella multisala del centro commerciale e successivamente, con spezzoni promozionali di 30, 60 e 120 minuti, al Cineplex di Avellino. Al di la del valore estetico, resta ovviamente la portata storica dell’evento, in cui si mette in discussione paradossalmente tutto: il ruolo del regista, lo spazio del cinema, il potere delle immagini. Circolarità ondulatoria e sussultoria, esplosiva o implosiva? È il segreto del vulcano silente, ora anche centro aggregante, non luogo che diviene una non-località. Siamo a Napoli o al centro del mondo? La non-località è la grande condizione in cui vaghiamo, la più drammatica, dal momento che riduce la nozione di essere-situato a epifenomeno di un ordine implicito profondo e atemporale. Il centro (commerciale) non è, come potrebbe sembrare retoricamente, un microcosmo in cui si riflette il mondo esterno, è al contrario, un’astrazione, perché al livello più profondo della realtà non esiste nulla che possa essere detto locale.

Quella mattina all’anteprima avevo sperato di essere assalito da una sensazione avveniristica: come quel primo treno giunto alla stazione, che puntava minacciosamente verso la platea al di qua di un telo bianco. Tutto è sembrato davvero superato, disperatamente in ritardo, come quel treno, probabilmente. Ma comunque non si può essere su questo argomento, come ha detto il giovane deputato del movimento 5 stelle al suo primo intervento in Parlamento: “breve e circonciso”, è giusto invece soffermarsi sul (con)testo hegeliano (magari non ossessivamente come il filosofo sovranista Diego Fusaro), sull’immagine tardo moderna, e forse su tutta la vicenda dell’immagine, in cui si mantiene così quanto mai vivo l’imprinting che dischiude la modernità, quello per cui il logos tende a farsi carne, e l’immagine a farsi mondo (ditelo al manichino, al quale il Capo di stato Maggiore della Difesa Claudio Graziano, ha provato a stringere la mano). È la patologia dell’immagine e della logica delle immagini del mondo. La capacità generativa senza limiti delle immagini, la loro potenzialità simbolica, donatrice di senso e di identità può infatti rovesciarsi nel suo opposto. Questa fame di immagini, che coincide con il loro smodato consumo, è per altro verso una fame di identità in immagine. In fondo, siamo certi che i centri del mondo (anche quelli commerciali) aspirino ad aggregare? L’impressione è, al contrario, che disgregare sia il reale e recondito obiettivo, perché il miraggio di un’oasi felice resta sempre un’illusione solitaria.