Blog NET NEUTRALITY – Sindemia, tutte le feste porta via…

Sovranismo vaccinale, sovranismo politico, sovranismo sportivo: di Superlega, Fedez, razzi cinesi, scioperi dei rider, Randall Munroe…

Partito come un razzo, finito come un… doveva cadere sulle nostre teste il razzo cinese, riappropriandosi della notte, ormai preda dell’inquinamento luminoso, ma alla fine ha preferito inabissarsi nell’Oceano Indiano. Su la testa! È proprio vero, la pandemia non è una livella, ha messo in ginocchio l’umanità colpendo soprattutto le fasce più deboli della popolazione. Proprio quelle che avrebbero avuto bisogno di maggiori tutele, dimostrando le crepe di una società già colpita da disuguaglianze. Ha senso ritornare alla normalità di prima? No, dato che era proprio la normalità ad essere il problema. Ecco allora parlare di sindemia, perché oggi è più facile il salto di specie, la zoonosi, perché siamo stati noi ad andare a cercare i virus, noi ad offrire quasi otto miliardi di replicazioni, grazie alla scelleratezze socio-economiche. Giù la testa! Sovranismo vaccinale, sovranismo politico, sovranismo sportivo. Se l’India muore nonostante sia la più grande produttrice mondiale di vaccini, se il sistema di spartizione non è mai stato smantellato, anzi è più forte di prima, come Fedez denuncia, se per insabbiare debiti abissali si cerca riparo nella Superlega. Beh, sicuramente troppo semplicistica questa schematizzazione, la sintesi sovrana non esiste, esistono ancora forse scampoli di umanità, intervallati da un imminente futuro che fa da cornice a un mondo nel quale la tecnologia, invece di emancipare il genere umano, ha moltiplicato lo sfruttamento e le disuguaglianze sociali a livello esponenziale, arrivando a esercitare un controllo asfissiante sull’esistenza delle persone.

Se c’è una categoria emblematica che possa rappresentare tutto ciò, quella dei rider appare perfetta. Per guadagnarsi da vivere, pedala senza sosta su e giù per la città al soldo dei colossi del delivery. Un misterioso algoritmo, che tutto sorveglia e tutto stabilisce, è il sovrano indiscusso, senza diritti e privi di prospettive future, non si sono mai fermati, attraversando gli spazi vuoti della paura, raccordando mattina, pomeriggio e notte, facendosi in qualche modo messaggeri per ogni angolo della città di un potente mantra: “Tutto va bene”. Un lavoro sfiancante e uno stipendio che non basta mai, finché esplode la rabbia di chi si accorge di essere solo la minuscola parte di un ingranaggio di una società al collasso, nella quale solo i più ricchi possono sopravvivere. Ci riguarda tutti: ribalta l’entusiasmo di chi crede ciecamente nella tecnologia, mostra le brucianti contraddizioni del capitalismo contemporaneo, e racconta il florido avvenire che poteva essere e, a quanto pare, non è. Ancora una volta, “partito come un razzo, finito come un…” poi la notizia inaspettata, della costituzione della Superlega che ha catalizzato l’attenzione mondiale, facendo passare l’emergenza sanitaria come una delle tante cause “sindemiche”, ancora una volta, di questo progetto di business sportivo. Una semplice necessità di salvarsi dal tracollo finanziario da parte dei dodici club fondatori, non basta assolutamente per provare a comprendere il fenomeno.

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Non è pensabile credere che abbia fortunatamente vinto la rivolta popolare affinché il calcio restasse lo sport della gente. Solo con una spaventosa dose di ipocrisia si può credere che a far desistere le squadre inglesi siano stati i tifosi inferociti. Ancora una volta, solo un Candido volterriano, un ingenuo ottimista, un rider del pianeta rosso, potrebbe accettare la contrapposizione della Superlega come calcio dei ricchi e l’attuale Champions League come calcio per tutti. Impossibile non notare che diverse squadre inglesi colpite dagli strali dei tifosi e degli opinionisti, abbiano proprietà statunitensi che sono anche proprietarie di franchigie dello sport americano. Vedi la famiglia Glazer proprietaria del Manchester United o il primo azionista del Liverpool, John Henry. La Superlega non è un piano di emergenza organizzato in malo modo da esosi presidenti ma è un progetto di cosiddetta “breakway league”, che è sul piatto delle discussioni geopolitico-calcistiche da oltre venti anni. Il modello sportivo professionistico americano è imitabile in Europa sul piano giuridico e sul piano economico-finanziario, ma solo con opportuni e difficoltosi adattamenti. È praticamente incompatibile, però, sul piano culturale, andando a stravolgere tradizioni e abitudini sportive e a sradicare l’intero sistema sportivo di molti Paesi. Mentre negli Stati Uniti l’unità di base di ogni sport, quasi la cellula, è la Lega, una via di mezzo tra un circolo esclusivo e un antico mercato fondato su iniziativa imprenditoriale di alcuni facoltosi, in Europa l’unità di base è direttamente il club, politicamente la sezione di partito o le innominabili e degenerate lottizzazioni. Mentre nella Lega americana (e anche in quella salviniana…) lo scopo è quello di attrarre investitori, a prescindere dal collegamento territoriale delle franchigie, nel club europeo il legame territoriale e tradizionale è vincolante, con richiami addirittura alla mitologia. Appare evidente che esistono delle propensioni culturali divergenti, addirittura opposte. Il modello di sport-business americano contrapposto all’ideale di sport come valore socio-culturale europeo. Progressismo riformatore contro conservatorismo con spiccate tendenze reazionarie.

Oggi però i bambini non giocano più all’oratorio o per strada, ma conoscono ormai solo il gioco eterodiretto delle scuole calcio. Il videogioco comanda. Il deduttivo ha preso il sopravvento sull’induttivo. Tutti siamo allenatori e manager virtuali. Lo stesso concetto di tifo territoriale/locale è stato surclassato da quello valoriale/globale. Quindi la Superlega non è il nemico primo da battere, è semplicemente l’emblema del calcio come business. A livello teorico, tutti vogliono salvare il patrimonio sociale del calcio locale, ma è inutile, peraltro, continuare a farlo accademicamente e idealmente se poi, nella pratica, il continuo vivacchiare tra terribili difficoltà e fallimenti, senza nemmeno dare segnali di avere un istinto di sopravvivenza, è ciò che ha contraddistinto gli ultimi trenta anni del calcio minore e giovanile italiano. Reale o virtuale, anche il calcio potrebbe smettere di dare importanza a questa differenza, perché Fortinite o Call of Duty, sono già ormai una valida alternativa, almeno nelle ultime generazioni, che non hanno mai visto, e forse non vedranno mai più, l’ultima volta 35 anni fa, Ascoli-Sambenedettese.

La sindemia fa piazza pulita, e il geniale Randall Munroe ci fa capire come la tecnologia sia presente anche nelle azioni quotidiane più banali. Alla fine di aprile, l’ideatore e disegnatore del fumetto online satirico xkcd, ha pubblicato una striscia in cui elencava le domande che più spesso motivano le pubblicazioni scientifiche. In breve tempo, diversi gruppi hanno riadattato le vignette per descrivere la dinamica nella loro area scientifica, dall’epidemiologia alla sociologia. Il messaggio comune è che il sistema di incentivi che è stato costruito spinge a pubblicare con un ritmo elevatissimo, magari spezzettando in più articoli i risultati di un unico esperimento o esagerando le conclusioni degli studi. La pandemia di Covid-19 ha esacerbato questa tendenza. Il cartone animato è, come la maggior parte dei fumetti XKCD, un semplice disegno in linea bianco e indietro con una battuta nerd. Raffigura una tassonomia dei 12 “Tipi di carta scientifica”, presentati in una griglia. “Il sistema immunitario c’è di nuovo”, si legge nel titolo di un articolo. “Il mio collega si sbaglia e posso finalmente dimostrarlo”, dichiara un altro. La gag rivela come anche la letteratura di ricerca, quando spogliata del suo gergo, sia suscettibile alla ripetizione, alla banalità, ad assecondare e a mescolare altre forme di comunicazione. Partito come un razzo, finito come un… l’idrossiclorochina è entrata nella chat.

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