Blog OM – Anti-Evento

Una delle battute fulminanti con cui Judah Friedlander stende la platea dei suoi spettacoli di stand up (raccolti su Netflix in uno special imprescindibile dal titolo America is the greatest country in the United States) è quella data in risposta al malcapitato tipo che dal pubblico dichiara di occuparsi di “organizzazione di eventi”: “detta così sembrerebbe che tu faccia il terrorista”, lo secca Friedlander. Evento è una delle parole maggiormente tirata in ballo nella ridefinizione continua che facciamo delle nostre esperienze di esseri umani del contemporaneo, e uno dei motivi per cui adoro certe chiamate a raccolta del popolo dei carbonari dell’avanguardia è proprio per la loro natura disinnescante di anti-evento. L’ultimo sabato di maggio 2018 l’Auditorium Parco della Musica è assediato dai fan degli Artic Monkeys ma nella sala in fondo alla struttura romana uno sparuto gruppo di trepidanti appassionati alle 18 in punto si stringe attorno all’esibizione di Anthony Braxton: l’austero sassofonista è alla soglia dei 73 anni, e l’orario pomeridiano si addice meglio non solo all’età quanto alla natura della performance, che ha quasi più il sapore tagliente di certo spigoloso accademismo europeo che il fuoco sacro del free jazz. Se è un evento, di fatto è di definizione difficile, per l’appunto, se non impossibile: lo ZIM Sextet che accompagna Braxton (con due arpe e un basso tuba) segue la conduction del grande maestro in parallelo a quella del suo braccio destro, il cornettista Taylor Ho Bynum, in un’ora di assoluta dissoluzione del suono in componenti puramente spaziali, una dimensione quantica che tiene insieme le note prodotte dalle dita dei musicisti con i rumori creati dai pugni sul legno e dai panni strofinati sulle corde. Abituare l’orecchio (e il sistema nervoso) a sfide di questo tipo produce sistematicamente delle epifanie che per me, l’ho scritto spesso, equivalgono in potenza quelle procurate dalle vertigini del cinema più anti-narrativo (intendendo con questo Wiseman come Michael Bay…). Quel sabato, quando lo scoppiettio della plastica delle bottigliette d’acqua degli spettatori in sala sembrava integrarsi con l’esibizione di Braxton, non riuscivo a staccare la concentrazione dai mugugni, dai gorgheggi e dalle mezze arie intonate da questa voce profonda che si percepiva sotto l’impasto sonoro. Una voce! Ma chi stava addirittura cantando qualcosa? Nascosto dall’imponenza della tuba e delle arpe, il giovane fisarmonicista Adam Matlock infondeva i suoni di un fondamentale elemento umano.

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------
---------------------------------------------------------------

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------
----------------------------------------------------------------

Ecco, nel bel mezzo dell’affanno con cui cerchiamo di capire le pieghe delle cose, quelli come Matlock serafici attraversano il flusso surfando sulla cresta dei dati: l’ultimo album dell’asso della fisarmonica fa parte dei suoi esperimenti ambient che trasformano lo strumento in una macchina da droni stratificati, e si chiama Dawn on Nebular Horizon. Questo tipo di uscite, Adam è solito firmarle con lo pseudonimo G. Zarapanecko, e questa in particolare la presenta così: Reflections on the isolation, scale, and paranoia of deep space travel. Quando decide di usare la voce, Matlock non si limita solo ai versi che smozzica durante i concerti di Braxton, ma ha una prolifica attività cantautoriale sotto il nickname di An Historic, interessante tentativo di tenere insieme cabaret e songwriting alternativo tra Frusciante e John Cale (date una chance a An Historic Live, del 2012). Ma il suo risultato più preciso rimane Lungfiddle, non a caso firmato per una volta come Adam Matlock, una raccolta per sola fisarmonica registrata lungo l’arco di un anno (2014-15) che l’artista definisce come “il tentativo di mettere insieme un linguaggio personale da improvvisatore, e di impararlo a parlare fluentemente invece di recitare a memoria il frasario. Le versioni non sono definitive, ma rappresentano una serie di risposte ragionevolmente sicure alle domande poste da queste composizioni”. È tutto qui, il motivo per cui queste pratiche rivestono al giorno d’oggi un’importanza ancora probabilmente maggiore alla carica di rottura originaria, che magari si è invece un po’ sbiadita: proprio per via dell’ossessivo focalizzarsi sulla registrazione e sulla testimonianza del processo, sulla traccia temporanea di un percorso in mutamento continuo, che diventa più importante del risultato finale, irraggiungibile e aleatorio. Ancora una canzone su di una scala tradizionale, e ancora una composizione espansa di tappeti sonori che una fisarmonica neanche sa di poter produrre, e poi in giro con Anthony Braxton. Quanta produzione culturale si è resettata oggi su meccanismi simili, che le nicchie musicali hanno intuito con decenni d’anticipo. Se prima l’attività di questi instancabili esploratori sonici era appannaggio solo dei più coriacei cercatori di tesori nascosti, oggi ti basta una connessione per accedervi, raggiungerli, seguire le tappe, trasformare ogni clic sull’icona play in un piccolo evento mentale per un solo ascoltatore.