Cafarnao. Incontro con Nadine Labaki

Cafarnao è il film di Nadine Labaki candidato alla scorsa edizione dei premi Oscar come miglior film in lingua straniera e sarà nelle sale italiane dall’11 aprile. La regista è stata appena annunciata come Presidente di Giuria della sezione Un Certain Regard dell’imminente #Cannes72, dopo aver vinto sulla Croisette il Premio della Giuria proprio con Cafarnao.
Oggi a Roma, incontrando la stampa italiana la cineasta ha parlato della genesi del film: “Tutti gli elementi di questo film si sono sviluppati naturalmente. Quello che potete vedere sullo schermo non è altro che il caos sistemico generato dalle guerre e dai conflitti. Ed è una cosa che è venuta naturalmente. Non la abbiamo analizzata prima di realizzare il film. È un qualcosa che si avverte negli strati più profondi, nella quotidianità. Zain, il ragazzino protagonista, è una specie di messia. Possiamo considerarlo un salvatore, colui che in un certo modo è la voce di tutti quei bambini che non si possono esprimere. E tutto ciò è venuto fuori istintivamente.”

“Credo che il mio compito come artista non sia quello di trovare le soluzioni ai problemi sociali”, ha specificato Labaki. “Il mio compito è quello di individuare il problema, di esporlo, di mostrare ciò che è la realtà, la situazione. Purtroppo, la situazione è molto grave in Libano. Si può constatare che il sistema è ingiusto nei confronti di alcune persone. Nel fare questo film io ho sentito la responsabilità di dare a questo problema un volto umano. Di esporlo non in maniera astratta come succede nei telegiornali fornendo numeri e cifre, ma dandogli un volto. Poi sta ai governi trovare la soluzione”.

Le riprese di Cafarnao hanno prodotto oltre 500 ore di girato e il primo montaggio aveva la durata di 12 ore. “Siamo partiti da una sceneggiatura solida, che è il risultato di ben tre anni di ricerche. Sentivo di non avere diritto di raccontare una storia che fosse il risultato della mia immaginazione, perché io non ho vissuto quella privazione, non ho vissuto quelle esperienze. Abbiamo visitato le aree più disagiate, siamo andati nelle prigioni, abbiamo parlato con tantissimi bambini. Abbiamo passato molte ore nelle aule dei tribunali per cercare di capire come funziona il sistema di giustizia. Avendo girato con attori non professionisti sapevamo che sarebbe stato un processo molto lungo. Per i protagonisti abbiamo scelto persone che hanno quasi vissuto lo stesso tipo di esperienza, che avevano lottato per lo stesso tipo di problemi. Nonostante la sceneggiatura molto solida c’è stata moltissima improvvisazione e questo è il motivo per cui avevamo 500 ore di girato in cui sono venute fuori tantissime cose che non ci aspettavamo. Man a mano la sceneggiatura veniva poi riscritta”.

Le fatiche spese per questo film hanno prodotto risultati importanti a partire dal cast. Il film ha generato un grande dibattito, ha gettato luce sul problema. Sicuramente è un passo importante ma bisogna fare di più. È necessario che il film esca dai suoi confini. Bisogna far sì che si crei qualcosa, almeno in Libano, che nasca un movimento che possa portare ad una soluzione. Zain adesso vive in Norvegia con tutta la sua famiglia e va a scuola. Ha avuto un nuovo inizio, così come lo ha avuto la sua famiglia. È successo a tutti i bambini che hanno lavorato al film. Anche Yonas, che in realtà è una femminuccia che si chiama Treasure, è tornata in Kenya e adesso frequenta la scuola. Questo film ha portato questo risultato importante. Ci auguriamo che questo successo possa portare ad altro”.

La regista ha poi parlato del problema dei matrimoni combinati con bambine anche di 12 anni: “All’inizio abbiamo fatto tantissima ricerca. Purtroppo, quello dei matrimoni combinati è un problema di gran lunga maggiore rispetto a quello che dicono le cifre. È una cosa che si tende a tenere nascosta. È una piaga che non verrà mai messa in luce nella sua completezza. I governi non vogliono assolutamente rivelare le dimensioni di questo problema”.

Nadine Labaki ha inoltre dichiarato di non sapere come sarà il suo cinema dopo Cafarnao. “Io non vado alla ricerca di idee, non vado alla ricerca di spunti. Le idee mi arrivano da sole e continuano a suscitarmi certe domande. Quando mi viene l’idea per un film diventa per me una specie di ossessione. Una volta che capisci sempre di più la tua responsabilità come artista di dare voce a certe persone che non ne hanno, di mettere in luce determinati problemi, quando ti rendi conto che il cinema è forse una delle armi più potenti per poter mostrare e discutere di certi problemi, non puoi più fare marcia indietro. Quello che percepisco è che la mia voce deve avere un impatto. Sento di avere questa responsabilità. Sento che il mondo sta sempre più diventando un caos, un Cafarnao, quindi è necessario trovare dei modi di pensare alternativi per trovare una soluzione. Non sento di aver avuto la precisa ispirazione di altri registi. Il film è stato fatto in maniera molto istintiva. Avevo la sensazione che dovesse essere raccontato in questa maniera. Anche il fatto di girare con attori non professionisti e con la macchina a spalla non è semplicemente il risultato del film, non è stata un’imposizione nostra. Al contrario: eravamo noi che ci dovevamo adattare agli attori, al loro modo di recitare e al modo in cui il progetto si sviluppava. Nel rivederlo riconosco mi ricorda certe fonti di ispirazione che amo, il cinema iraniano, il neorealismo, il cinema di Truffaut ma non è stato qualcosa di programmato perché è stato il film che si è imposto a noi”.