Cane mangia cane, di Paul Schrader

Schrader si ribella all’apocalisse del suo cinema vomitando immagini sformate, drogate, sature di colori primari sino all’eccesso, seguendo le assurde vicende dei suoi tre cani da rapina

Non ho i soldi per fare i film che voglio, ma ne ho abbastanza per farli come voglio.” Paul Schrader

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Cinema eat cinema, si potrebbe quasi dire. Perché nel post-apocalisse produttivo (la vicenda Dying of the Light ha lasciato cicatrici in ogni immagine di questo film) ed estetico (“la crisi oggi è nella forma, sembra il 1913“) Paul Schrader ci getta dalla prima inquadratura in una fury road dei segni senza un attimo di tregua. Il teorico ragionamento sulle superfici dell’immagine filmica ormai fuori dalle sale (negli sperduti The Canyons della convergenza mediale) si fa qui ironica riflessione critica sulla violenza (lo schermo televisivo che trasmette l’assoluta banalità quotidiana delle “armi”), aprendo però improvvisi squarci sul paradiso perduto dell’immaginario popolare.

Dog Eat Dog, quindi: immagini che mangiano immagini. L’omonimo romanzo di Edward Bunker sembra scritto apposta per abbracciare tutti questi spunti: nella misera e umanissima odissea dei tre ex detenuti non rieducati (Troy, Mad Dog e Diesel) troviamo tutta l’urgenza di uno sguardo bastonato ed esiliato, mai domo perché sempre affamato. Schrader è ancora vivo e si ribella all’apocalisse del suo cinema vomitando immagini sformate, drogate, sature di colori primari sino all’eccesso, seguendo le assurde vicende dei suoi tre cani da rapina. Del resto “se lo prendete troppo sul serio sbagliate: qui c’è Bogart, Lee Marvin, Scorsese, Tarantino, persino Tom e Jerry“, girando a vuoto tra soldi sporchi e amicizia virile, rapimenti e uccisioni grottesche, dolore represso e destini segnati. Tutto l’armamentario di genere noir-poliziesco-gangsteristico ultracodificato da Hollywood viene piegato ad un apparente non sense incarnato dallo stesso Schrader che si ritaglia il ruolo del vecchio saggio El Greco. Ossia il procacciatore di lavori sporchi che tira metaforicamente le fila della vicenda, sino a quando ogni coordinata gli sfugge di mano e anche il regista si abbandona al caos…

Insomma se per Edward Bunker ciò che contava era l’ineluttabilità dei destini prodotta dalla stortura del sistema (dove poliziotti e criminali sono posti sullo stesso piano a mangiarsi a vicenda senza pietà), Schrader diluisce questi stessi assunti in esilaranti scarti di dialogo fini a se stessi capovolgendo il tono cupo dell’apologo bunkeriano. Il disilluso Troy e il violentissimo Mad Dog – che dire? Nicolas Cage e Willem Dafoe hanno ormai da tempo abbracciato un cinema de-istituzionalizzato, residuale, scartato dai palati fini, e per questo creano abissi autobiografici in ogni loro apparizione – diventano gli ideali antieroi di un film anni ’70 (colti nel loro perenne pomeriggio di un giorno da cani) impossibilitati oggi a configurare la loro tragedia nel cinema (da sempre lo spazio dell’unica trascendenza possibile per Schrader). E allora l’immaginario esploso del passato diventa l’unico rifugio/referente possibile: “io sono un gran cinefilo, qualcuno mi ha anche detto che somiglio a Bogart!” dice Troy nel bel mezzo di un meeting di affari; “vuoi essere la mia Marlene Dietrich?” dice ancora a una prostituta incontrata per caso. Eccolo allora il punto di contatto Schrader-Bunker: c’è una comune (com)passione per questi cani cattivi che sguazzano nella melma, una umanità lancinante che sgorga da ogni inquadratura: il desiderio di redenzione di Mad Dog, il sogno di fuga di Troy, l’etica dell’amicizia di Diesel, insomma c’è un comune paradiso da raggiungere nel loro post-morte. Dove? Proprio all’uscita di quel diner lycnchano, lungo la strada illuminata dal Mago di Oz, dove ci si riscopre improvvisamente a parlare come fossimo ancora in un noir-di-Bogart e poi a morire come fossimo ancora in Una pallottola per Roy. Resisti ancora, caro Paul.

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Titolo originale: Dog Eat Dog
Regia: Paul Schrader
Interpreti: Nicolas Cage, Willem Dafoe, Christopher Matthew Cook, Omar J. Dorsey, Paul Schrader
Distribuzione: Altre Storie
Durata: 93′
Origine: USA, 2016

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.4 (5 voti)
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