#Cannes2019 – La Cordillera de los sueños, di Patricio Guzmán

Le Ande sono parte fondamentale del Cile e di Santiago: stanno là a proteggere la città, a cullarla. Influenzano il clima e, ovviamente, la vita delle valli. Definiscono il carattere di un popolo. Per l’esule Guzmán, la vista di quelle montagne segna il momento del ritorno a casa. Ed è un segno di appartenza e nostalgia, di una mancanza personale e collettiva. Perché è come se ormai la cordigliera fosse distante per tutti, immersa in un’atmosfera mitica e ideale, una scenografia che sta sullo sfondo e fa parte dell’orizzonte piuttosto che della quotidianità delle persone. È un’immagine più che un luogo reale, qualcosa che vive nella rappresentazione, in un riflesso sui pacchetti dei fiammeri o sulle pareti delle stazioni della metropolitana. I cileni a valle non conoscono davvero le Ande, ne ignorano i percorsi, i sentieri, le conformazioni. Ignorano cosa accade e cosa è accaduto lassù, a cominciare dal contenuto e dallo scopo di quei lunghi treni fantasma che partono dalle montagne e attraversano la città di notte, per portare chissà cosa e chi sa dove. Ma un paese che ignora l’80% del suo territorio, non è un paese affidabile, avverte Vicente Gajardo, scultore che continua a lavorare con la pietra di quelle montagne, proprio per non perdere il contatto. Ed è la stessa sfida di Guzmán che insiste a filmare e a raccontare il Cile. E che, dopo aver giocato con la nostalgia della luce e con la memoria dell’acqua, “torna” alla materia solida, alla pietra.

Per Guzmán la follia della dittatura di Pinochet è sempre la grande rimozione, il punto centrale della sua vicenda personale e di quella collettiva. Il momento in cui è cambiato per sempre l’animo di un paese che, oggi più che mai, mostra di aver smarrito la gioia, a dispetto dell’alegria ya viene promessa dai plebisciti. Perciò incontra la testimonianza di più personaggi: il pittore Guillermo Muñoz Vera, la cantante Javiera Parra, Gajardo, appunto, l’altro scultore Francisco Gacitúa, lo scrittore Jorge Baradit, che racconta, quasi incredulo, dell’allucinazione collettiva di un popolo. Ma soprattutto si sofferma a lungo con il documentarista Pablo Salas che, dagli inizi degli anni ’80, in piena epoca Pinochet, ha ripreso una mole ingente di avvenimenti “pubblici” del paese, tra manifestazioni di piazza, proteste, repressioni violente della polizia. Ha rischiato più volte le ossa e la pelle, aggrappandosi ai pali e agli alberi, sfuggendo alle cariche, agli spari, ai getti degli idranti. Ma il suo archivio di immagini è, ormai, un deposito di memoria fondamentale, anche se, per forza di cose, parziale, completo. È qualcosa che racconta il tempo e le sue stratificazioni, al pari delle rocce andine, delle loro venature. Il lavoro di Salas è come la struttura interna della pietra, quella trama che custodisce tutto un segreto di fatti e tragedie, sedimentazioni, lava, calcio, minerali, resti, fossili, materia organica che si è depositata… Il controcanto essenziale al punto di vista di Guzmán, necessariamente più esterno e angolare.

Non è un caso che La Cordillera de los sueños, si giochi tutto sull’ellisse di questo doppio fuoco, raccontando la possibilità e la necessità di una connessione tra la prossimità e la distanza. Lo sguardo fantascientifico dei droni (come in Mendonça, come in Lav Diaz) che attraversano le Ande scoprendo un paesaggio lunare, algido e deserto, o che sorvolano le nuove proiezioni futuriste di Santiago, città che ha ridisegnato le sue arterie e le forme per cancellare le tracce del tempo. E poi, d’altro canto, lo sguardo ravvicinato, tra l’osservazione geologica, la testimonianza e il sentimento. Forse è solo da questa doppia prospettiva che è possibile raccontare la Storia. Ed è possibile fare i conti con le sue cicatrici. Come quella casa natale incendiata e distrutta, riscoperta tra gli scheletri dei ricordi e la discarica delle cose.