#Cannes2019 – Liberté, di Albert Serra

È davvero un cineasta oscuro e inclassificabile lo spagnolo Albert Serra. Ossessionato dall’Illuminismo e dalle contraddizioni della storia europea, guarda a Rossellini, Pasolini, De Sade e preferisce spesso partire da un’idea narrativa semplice ed essenziale, attorno alla quale dilatare i tempi e misurare le condizioni e le possibilità della rappresentazione. Se La mort de Louis XIV filmava la morte al lavoro, Liberté è un’opera sul sesso al lavoro.

XVIII secolo, alcuni anni prima della Rivoluzione Francese. In un bosco qualsiasi da qualche parte tra la Francia e la Germania, alcuni libertini espulsi dalla corte del Re di Francia incontrano altre persone e si abbandonano alla lussuria per tutta la notte. Si muovono come fantasmi e agiscono come animali. Espongono le loro fantasie, poi le mettono in scena come in una performance. Così dal tramonto all’alba si consuma la nascita di una “nuova” libertà e contemporaneamente, come indicano le luci antinaturalistiche che chiudono il film, la genesi della sua messa in scena.

Serra chiude la trilogia sul Settecento iniziata nel 2013 con Histoire de ma mort con un altro film ipnotico e misterioso. Unità di spazio e tempo su cui costruire una performance di 130’ fatta di racconti, masturbazioni, dialoghi scabrosi, fantasie, pratiche sadomaso. Filma questi personaggi/ombre che allestiscono una nuova forma di sentire, in cui l’eccitazione stessa non è prevista in modalità convenzionale, erettiva. “Conta quello che si prova all’interno” dice uno di loro. E allora la libertà consiste anche in una nuova forma espansa di piacere, di dolore, di… sentire appunto. E la materia del film ne viene impercettibilmente contagiata. Ogni elemento diventa presto tessuto umido: il fango, la pioggia, il suono della notte, del bosco. Materiale biologico espanso in una dimensione che si fa apertamente onirica. A un certo punto nel buio della notte e del set domina il caos, non si riconoscono più i personaggi (quante donne ci sono in tutto?), i rapporti di forza tra maschile e femminile si alternano, si confondono i sessi con gli oggetti e viceversa. L’ambiente tutto diventa una sorta di dark room ante-litteram dove l’atto sessuale stesso non è mai filmato canonicamente, ma relegato al fuori campo in favore di altre pratiche di contatto e stimolazione.

Come sempre non è uno sguardo moralistico quello di Albert Serra. Provocatoriamente politico sin dal titolo, Liberté è un notturno pornografico che esplora la perversione in modo apparentemente statico, ma compiendo in realtà un discorso preciso sulle contraddizioni della civiltà liberale (e liberista?). Per certi versi siamo fuori dal Tempo. I libertini di Albert Serra sono gli espulsi che vivono già in un futuro performativo dove il confine tra Eros e Thanatos è allucinato e indistinguibile. Con il suo ritmo sonnanbolico Liberté diventa gradualmente una compiuta riflessione sul voyeurismo. Ognuno spia l’altro, da vicino o a distanza, e il corpo-set diventa campo di sguardi, enunciazione della fruizione del piacere. Dal mondo del sentire si passa così a quello del guardare. Di lì a un passo la sua esasperazione e mercificazione.  

Opera sulla liberazione del corpo e della pulsione scopica, Liberté ci fa sprofondare nel buco nero della Storia e della società dello spettacolo. Abissale.