#Cannes2019 – Mektoub, My Love: Intermezzo

La spiaggia, la discoteca, una camera da letto. Tre location in un intermezzo che rappresenta probabilmente lo stato dei ‘lavori in corso’ di un progetto. Che forse andrebbe valutato complessivamente alla fine. Ma rispetto al canto 1 sembra che la storia si sia fermata. Per poi riprendere, forse, nell’ultimo atto di questa trilogia liberamente ispirata al romanzo La blessure, la vraie di François Bégaudeau. Ancora la luce dell’estate. Il blu. Quello che arriva anche da La vita di Adele, Palma d’oro a Cannes nel 2013. La contemplazione della bellezza. L’inno alla giovinezza. Siamo sempre nel 1994 a Sète, una comunità di pescatori del sud della Francia. Anche se tra i due film sono passati due anni. L’aspirante sceneggiatore Amin doventa quasi un corpo imparziale. Osserva, giudica e sembra tenersi sempre a distanza. Anche mentre sta ballando. Al gruppo si aggiunge Marie, una diciottenne parigina in vacanza. Ma chi si prende maggiormente la scena stavolta è Ophélie, che è rimasta incinta ma non sa se tenere il bambino o abortire.

Kechiche, ancora più che nel film precedente, cerca di filmare l’istinto della gioia provvisoria, dell’incoscienza. Si getta a capofitto per oltre due ore in discoteca. L’incontinenza verbale della spiaggia prosegue poi con musica, balli. In una sfida continua, soprattutto fisica per i protagonisti. Con una scena – pronta per lo scandalo – di sesso orale nel bagno in cui il cinema di Kechiche sembra di catturare l’immediatezza passionale e sessuale. Con la macchina da presa che sta spesso attaccata ai corpi. Se Ozu aveva la mdp ad altezza tatami, quella di Kechiche si orienta su quella del fondoschiena. E costruisce il suo ritmo, soprattutto sensoriale, attraverso il rapporto tra le hit musicali e i movimenti dei corpi. Si cerca sempre il contatto in un cinema stavolta esibizionistico nel suo essere tattile. Evidente nel modo in cui le ragazze mangiano il cibo, si spalmano la crema sulle spalle, si toccano mentre danzano.

Come in Cous Cous, Kechiche dilata la durata per non interrompere l’impeto del gesto. Anche se in questo ‘intermezzo’ si bara anche. Perché invece ci sono diversi stacchi, anche all’interno di una scena, che interrompono questa presunta spontaneità. Con un sottile moralismo nascosto (“Pensi che l’aborto sia una cosa felice?”). E riferimenti ad attori come Aldo Maccione (Che in quell’anno era in Perdiamoci di vista di Verdone) ed Emmanuelle Béart. Un delirio sonoro che non è quello di Strange Days. In un cinema che vorrebbe sedurre. Ma ti prende e ti butta dentro con la forza. Facendo finta di voler fare sesso con te e desiderarti. E finisce non solo per sfiancare. Diventando completamente respingente e chiuso su se stesso. Forse un (altro) film sbagliato oppure la sentenza di un cinema totalmente sopravvalutato. Non c’è più il caos del desiderio di La vita di Adele. Ma solo il desiderio del caos. La chiusura con Yes Sir, I Can Boogie forse è l’unico, spontaneo, momento di felicità. Sono passate tre ore e mezzo. E siamo ai titoli di coda.