#Cannes2019 – Zombi Child, di Bertrand Bonello

La storia è un flusso discontinuo di eventi” insegna lo studioso Patrick Boucheron alle ragazze protagoniste di Zombi Child. Il celebre storico francese – che intepreta nel film un professore chiaramente ispirato a se stesso – teorizza infatti un percorso di rotture e di opposizioni che devono animare il processo storiografico a scapito di qualsiasi nesso causa-effetto di natura manualistica. Quindi i concetti alla base della cultura e della nazione francese richiamati con la figura di Jules Michelet (rivoluzione, libertà, fraternità) devono  essere costantemente testati come utopie in tensione in ogni presente. Buocheron, pertanto, sta indirettamente parlando dello stesso film di Bonello: un regista che tende sin dall’esordio ad aprire fertili campi di forze tra le pulsioni interiori dei suoi protagonisti e le pulsioni sociali che li risucchiano nel nostro mondo. E allora: partendo dalle superfici insondabili delle “opposte” vetrine di Saint Laurent e Nocturama per arrivare agli ancestrali e “opposti” istinti ferini di De la guerre e L’apollonide, questo sorprendete Zombi Child sembra coagulare molti dei percorsi battuti in precedetìza dal regista francese.

Il film parte da un interesse personale per l’antropologia sostanziatosi poi nell’approfondimento dei testi dell’etnologo canadese Wade Davis (in particolare Il serpente e l’arcobaleno che aveva già ispirato Wes Craven). Si inizia da Haiti nel 1962 quando la zombificazione autoindotta del giovane Clairvius lo porta ad attraversare l’incubo dello schiavismo e dello sfruttamento nelle piantagioni di zucchero. Il discorso politico sul colonialismo francese terminato nel XIX secolo (e protrattosi come eco sino ai giorni nostri nelle dinamiche del potere economico/finaziario) è sin troppo chiaro e per questo totalmente sottinteso. Clairvius si muove dal buio alla luce, dal 1962 al 1980, quando tornando alla vita dà il via a una dinastia che arriverà sino alla Legion D’onore francese assegnata alla madre della giovane Melissa. Una ragazza che “nel nostro presente” frequenta un esclusivo e prestigioso collegio femminile: La maisons d’éducation of the Legion of Honor fondata addirittura da Napoleone.

L’insistito montaggio parallelo tra queste due dimensioni apparentemente lontanissime apre quindi ogni contrasto etico ed estetico di cui il film si alimenta: la luce delle idee (l’esperienza della libertà di cui parla Boucheron rimbomba nelle enormi aule di un bianco perturbante) e il buio insondabile della Storia (il colonialismo e lo schiavismo come cuore di tenebra occidentale nel nero della foresta), diventano nel film contrasti di tonalità elementari e reiterati che sottintendono una coalescenza indissolubile. Insomma lo zombi ci viene presentato come significante puro che apre il testo a infinite interpretazioni “parallele”: dall’antropologia alla sociologia, dall’economia alla storia delle culture popolari, per arrivare alle riflessioni sul nuovo universo mediale dominato dall’esperienza dei piccoli dispostivi digitali visti come odierno orizzonte della zombificazione. E tra queste tensioni si agita magnificamente il cinema come grande interfaccia rituale del Novecento: l’amour fou della giovane Fanny si muove dall’elegia dei flashback di memoria alle palpitanti frasi d’amore in voice over che schiudono il tempo astratto dell’educazione sentimentale flaubertiana… per poi improvvisamente piombare nel suo lato oscuro e malato alla ricerca del terribile demone interiore “comprato” con il denaro di famiglia (aprendo riflessi bressoniani, Le Diable probablement).

Bertrand Bonello si muove quindi con rara lucidità tra epoche storiche, continenti e opposte dimensioni interiori, intessendo un tappeto visivo fascinosissimo posto da qualche parte tra il cinema di Jean Rouch (Les Maîtres fous) e quello di Dario Argento (Suspiria), tra i volti degli zombi originari di Jacques Tourneur (I Walked with a Zombie) e la dilatazione temporale dei pedinamenti di Gus Van Sant (Elephant). Zombi Child diventa così un’ipnotica e potentissima esperienza cinematografica che ci riporta sempre alla radice umana delle cose: “non ti serve la magia, ti serve solo tempo”, dice la mambo haitiana alla giovane e inquieta Fanny.