Carmen Jones, di Otto Preminger

Si può trasformare la Carmen di Georges Bizet in un musical che si svolge nella Carolina del Nord degli anni ’50 e che riguarda solo persone di pelle nera? L’idea di un musical all-black viene a Otto Preminger durante il montaggio di La magnifica preda (1954) e prende forma grazie all’ intervento produttivo dell’amico-nemico Darryl Francis Zanuck che fiuta il possibile successo.

Carmen Jones (Dorothy Dandridge) è una operaia molto esuberante in una fabbrica di paracadute che si innamora del bel caporale Joe (Harry Belafonte) felicemente fidanzato con la bella e convenzionale Cindy Lou (Olga James). La caliente Carmen prima fa precipitare Joe in un mare di guai poi, costretta dalla gelosia di lui e dalle ristrettezze economiche, non esita a gettarsi tra le braccia del facoltoso pugile Husky Miller (Joe Adams).

Preminger nella prima parte imposta la narrazione su un tono leggero e riesce ad equilibrare le parti cantate (doppiate da cantanti di estrazione lirica come Le Vern Hutcherson e Marylin Horne) con i dialoghi: non vi è alcun richiamo al razzismo ma viene riproposto uno schema sociale (identico per la razza bianca) in cui i poveri subiscono ricatti e compromessi da parte dei ricchi. Non è un caso che per tutto il film vi siano riferimenti a divieti d’accesso, recinti con filo spinato, zone no trespassing, sbarre e grate: ogni personaggio si trova rinchiuso dentro la gabbia di un sistema da cui è quasi impossibile evadere. Carmen Jones è forse l’unica figura che prova a stabilire una propria indipendenza e un orgoglio identitario rompendo legami di schiavitù. Prima provoca la rissa in fabbrica, coinvolge nella fuga e seduce l’uomo beta Joe armeggiando con la sua cintura, infine decide di manipolare il maschio alfa Husky scambiando i ruoli di moglie-madre-donna fatale-schiava-padrona.

L’uso di lunghi piano-sequenza rende molto fluida la narrazione e certi intermezzi musicali come quello alla mensa (sulle famose note della Carmen L’amour est un oiseau rebelle tradotte in Dat’s Love) e quello al Billy Pastor Cafè (Beat Out Dat Rythm on a Drum) colpiscono nel segno. Altro momento toccante è il monologo interiore di Cindy Lou che cammina da sola per le strade di Chicago dopo aver perso definitivamente l’amore: sentiamo le tristi parole del cantato come fossero note provenienti da un’anima solitaria. Preminger mescola la lirica con il jazz di Max Roach e Pearl Bailey amplificando l’impatto emotivo e facendo virare il tono da commedia verso il melodramma. Prima inserisce dei segnali d’allarme (la penna del nibbio, la pesca scagliata sul poster dello zodiaco, il nove di picche della cartomante, la rosa rossa che appassisce) poi nella seconda parte incanala il fatalismo verso l’inevitabile tragedia shakespeariana (String me high on a tree è la commovente aria nel finale). Carmen è la classica eroina Premingeriana (si pensi alla Stella in Un angelo è caduto o alla Diane di Seduzione mortale) che diventa vittima della propria ossessione (brillanti e visoni) e della voglia di riscatto. Il rosso e il nero del suo vestito, simbolo di una forza vitale prorompente destinata a bruciare nel fuoco della passione, sono richiamati dagli splendidi titoli di testa di Saul Bass qui alla sua prima prova cinematografica.

Scritto dal fido Harry Kleiner basandosi sul musical omonimo di Billy Rose, coreografato splendidamente da Herbert Ross, Carmen Jones è un musical atipico che anticipa di qualche anno il successo planetario di West Side Story (1961) di Robert Wise e Jerome Robbins. La south side story di Carmen Jones è un apologo sulla libertà individuale che lascia trasparire tra la leggerezza delle note l’ombra della sofferenza universale della condizione umana.

 

Titolo originale: id.
Regia: Otto Preminger
Interpreti: Dorothy Dandridge, Harry Belafonte, Olga James, Pearl Bailey, Joe Adams
Durata. 105′
Origine: Usa 1954
Genere: musical/drammatico