Carter, di Jung Byung-gil

Affastella senza sosta sequenze d’azione roboanti e ipercinetiche, ma non ha la capacità di variare minimamente la partitura ritmica. Tra i peggiori action coreani degli ultimi 20 anni. Su Netflix

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Raccontare una storia servendosi di un unico piano-sequenza simulato, comporta sempre dei rischi intrinseci. Non si tratta solo di coordinare gli attori con i movimenti della camera nello spazio filmato, né di trovare il modo giusto per dissimulare con naturalezza gli stacchi di montaggio (secondo la celebre lezione hitchcockiana). Quel che davvero conta è adeguare il linguaggio ad una giustificazione narrativa che renda il racconto coerente, e che al tempo stesso lo carichi di una valenza drammatica addizionale. Regole di cui Carter, in tal senso, non sembra essere minimamente a conoscenza.

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Più in linea con lo stile ipercinetico di Peninsula che con la gravitas espressiva del suo celebrato predecessore, Carter vorrebbe rileggere l’apocalisse zombie attraverso la lente dell’isteria collettiva. Un uomo smemorato si (ri)sveglia improvvisamente in un mondo sull’orlo del disastro, messo in ginocchio da una pestilenza che trasforma gli infetti in belve assennate. L’unico contatto con la realtà esterna è la voce di una fantomatica agente speciale, che come una figura demiurgica, lo guiderà in mezzo al caos di una Seul apocalittica, mettendone in moto il percorso sotto il segno di una strenua sopravvivenza. E in un contesto così ontologicamente caotico, il film cerca (invano) di restituirne il senso di disperazione diffusa, attraverso l'(ab)uso ipertrofico dell’inquadratura in continuità. Ma il dinamismo percettivo a cui dovrebbe teoricamente ottemperare il piano-sequenza, ha qui come unico risultato l’implosione stessa dell’immagine.

All’incuria estetica di fondo – con gli stacchi che non solo risultano evidenti, ma non sono neanche raccordati sullo stesso asse – segue infatti una successione infinita di eventi che confluiscono l’uno nell’altro senza alcuna reale soluzione di continuità, affogando di conseguenza il racconto nella sua stessa parabola ipertrofica. Perché in Carter conta solo il movimento anteriore: nel suo mondo non c’è spazio per un momento di stasi che dia respiro o profondità alla narrazione, né per un ragionamento sistematico che delinei i motivi per cui raccontare questa storia “in presa diretta”. Ciò a cui si presta è un affastellamento senza sosta di mo(r)ti, uccisioni ed esplosioni, che non consentono al film di astrarsi dal suo stesso andamento roboante. E sulla base di una spettacolarità percettivamente stucchevole e fastidiosa, Carter non ha neanche la capacità di variare gli elementi dello spartito, e allontanare così il racconto dallo stigma della piattezza ritmica. A regnare sovrano, perciò, è il solo binomio di tedio e insofferenza: qualsiasi spettatore faticherà a superare la soglia dei 10 minuti, senza soffrire di un gran mal di testa.

Titolo originale: Kateo
Regia: Jung Byung-gil
Interpreti: Joo Won, Lee Sung-jae, Jeong So-ri, Kim Bo-min, Jung Jae-young, Jung Hae-kyun, Andreas Fronk, Byeon Seo-yoon, Mike Colter, Camilla Belle
Distribuzione: Netflix
Durata: 132′
Origine: Corea del Sud, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
1.5
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Il voto dei lettori
2.5 (4 voti)
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