C’era una volta il West, di Sergio Leone

Il cinema deve essere spettacolo, è questo che il pubblico vuole. E per me lo spettacolo più bello è quello del mito.


Sergio Leone

C’era una volta Sergio Leone che faceva il cinema e riempiva gli occhi degli spettatori di tutto ciò che esattamente gli spettatori di sempre vogliono vedere al cinema: tutto quello che non vedono nella loro quotidiana realtà. Il cinema di Sergio Leone, che amplifica, con il massimo grado di spettacolarizzazione qualsiasi elemento narrativo, compositivo della narrazione, assolve egregiamente al proprio compito e restituisce allo spettatore la realizzazione del desiderio di guardare tutto ciò che sarebbe bello vedere e che solo la macchina da presa è in grado di mostrare. Il lavoro artistico di Sergio Leone deriva da queste esigenze e per finalizzarle la messa in scena è caratterizzata da una specie di sacralità che si sviluppa in crescendo attraverso l’esaltazione dei segni del quotidiano, che nelle immagini mutando la loro banalità diventano icone stabili e non più sostituibili all’interno di quella specifica modalità narrativa. Da queste premesse essenziali deriva la creazione dell’immaginario e del mito, che si traduce nel riconoscimento di quella intoccabile sacralità attorno alla quale, per tenere fede ai propri principi, il cinema di Sergio Leone ha sempre lavorato. Un mirabile esempio di queste scelte è costituito dal successivo C’era una volta in America che assorbe proprio questa lezione e dà vita ad un film per molti versi sostitutivo dell’immaginario del cinema americano classico.
C’era una volta il West costituisce esempio mirabile di questa idea che sta a fondamento della poetica e dello stile di Leone. Il suo incipit, i rumori, il vento che muove le pale della banderuola, la mosca che ronza, l’acqua che gocciola e poi lo sbattere d’ali degli uccelli, non solo sembrano sospendere il tempo che diventa dilatato e non più misurabile, ma soprattutto rendono quell’attesa e quell’ambientazione iconica e modello per ogni altra ambientazione simile. Ma gli esempi potrebbero continuare e il film assorbe e restituisce in termini di spettacolarità tutta l’esperienza fino a quel momento maturata dal regista romano. Tutto ciò diventa il fondamento per il suo lavoro futuro, purtroppo così breve, ma allo stesso tempo così necessario perché ha consacrato nelle sue immagini una specie di immortalità dello spettacolo, che nelle sue mani e nei suoi e nei nostri occhi, è divenuto grande anche se sullo schermo vi era inquadrato il profilo di un Eastwood con o senza cappello o quello di un vendicativo Charles Bronson.
Nell’ottica che quasi inconsapevolmente diventa di frattura per ogni forma d’arte in quel cruciale 1968, anno nel quale nasce C’era una volta il West, anche questo film porta con sé quei segni di una discontinuità con il passato che si coglie – come osservava Francesco Minnini nel suo Castoro – proprio in quell’essere il film non tanto “l’ultimo western della storia del cinema, ma il primo dopo la morte del genere”. Non vi è dubbio che in questo abbia contato la rilettura che di quell’epopea, divenuta epica con registi come John Ford, abbia risentito anche il western e Sergio Leone rilavora sul mito. E così diventa commovente la citazione della Monument Valley in stile fordiano nella cui straordinaria monumentalità delle immagini viene accolta la bella Jill ancora inconsapevole di cosa la attenda a Sweetwater. Al fondo di tutto ciò ci sta la scrittura della sceneggiatura dello stesso Leone ma anche di Bernardo Bertolucci e Dario Argento all’epoca giovane regista e giovane critico, ma non va dimenticata la musica di Morricone che inventa un tema differente per ciascuno dei cinque personaggi principali.
Si direbbe un film totale, assorbente con le sue immagini di ogni altro riconoscibile emblema del western, in cui il lavoro di regia di Leone non è solo notevole, ma sa essere modello del controllo di un set davvero smisurato e non è forse un caso se Quentin Tarantino considera Sergio Leone come migliore regista italiano di tutti i tempi e questo film come l’opera che lo convinse definitivamente a scegliere per il suo futuro artistico.
Le due tracce narrative di C’era una volta il West scorrono, convergendo, entrambi sui binari della costruenda ferrovia destinata a mutare il volto dell’intera frontiera. Il racconto privato e diremmo familiare converge e quasi si confonde con il racconto che fa da scenario storico, là dove la ferrovia con il suo passaggio cancella il passato. Sweetwater sembra un pezzo di inutile terra desertica nel bel mezzo del nulla. Ma Ed McBain (Frank Wolff), un irlandese rossiccio vedovo e con quattro figli, aveva un fiuto per gli affari e si era fatto rilasciare una concessione per avere una sua stazione, là a Sweetwater dove sapeva che c’era l’acqua, così rara in quei luoghi. Morton (Gabriele Ferzetti) è il magnate che sta costruendo la ferrovia ed ha un sogno quello di vedere anche l’Oceano Pacifico dopo l’Atlantico con i suoi binari. Ma è anche malato, gravemente, poiché la tubercolosi ossea lo sta divorando. Frank (Henry Fonda) è il suo guardaspalle, cinico e spietato, ha un sacco di conti in sospeso frutto della sua crudeltà. Tra questi con l’anonimo Armonica (Charles Bronson). McBain ha sposato per procura Jill (Claudia Cardinale) che di mestiere faceva la prostituta a New Orleans. Ma Morton è interessato alla terra di McBain e quando Jill arriverà troverà cinque morti, tutti per mano di Frank. Cheyenne (Jason Robards) è un bandito più saggio che delinquente, che forse sarebbe stato l’uomo ideale per lei e con Armonica aiuteranno la bella Jill a resistere e a fondare il mondo nuovo.
C’era una volta il West, con la sua enciclopedica galleria di indimenticabili immagini, e sequenze rappresenta davvero l’incipit di quel mondo nuovo che sembra scorrere proprio sui binari della ferrovia e che da lì a qualche anno sarebbe stato suggellato da La ballata di Cable Hogue, altro mitico western di Sam Peckinpah in cui l’invenzione dell’automobile sancisce definitivamente la fine di ogni speranza per l’epopea western e che con C’era una volta il West condivide il protagonista, Jason Robards, che proprio di quella invenzione in quel film resterà vittima.
Sergio Leone riempie gli occhi dello spettatore con i suoi primi piani e i suoi silenzi carichi di segni precisi che definiscono il genere, costruendo, come sempre è accaduto nei suoi film, a partire dalla trilogia del dollaro, un western più iconico perfino di certi film americani. I temi classici del western, ma soprattutto i suoi segni distintivi, restano esaltati dalle immagini che trasformano la sua macchina da presa in un telescopio che sa cogliere le pieghe di quei segnali, dalle unghie sporche dei protagonisti, alle fattezze sensuali sapientemente misurate di Claudia Cardinale e fino alla glacialità degli occhi di Frank o di Armonica che ci avvolgono, occupando lo schermo per intero, nella loro fredda determinazione.
C’era una volta il west resta cinema indimenticabile, nato da una straordinaria combinazione di genio artistico, talento, esperienza, conoscenza, azzardo e poesia. Un film enciclopedico, dicevamo, una miniera di immagini, una instancabile ballata macabra per tutti i suoi personaggi destinati a scomparire, ma icone di un mondo fantastico e pieno di quel futuro che nessuno di loro poteva mai immaginare.

 

Regia: Sergio Leone
Interpreti: Charles Bronson, Henry Fonda, Claudia Cardinale, Jason Robards, Gabriele Ferzetti, Paolo Stoppa, Frank Wolff
Origine: Italia, USA, 1968
Durata: 165’ (Director’s cut 175’)
Genere: Western

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