Cinema Svizzero a Venezia 2019 – Fortuna, di Germinal Roaux

Fortuna, secondo lungometraggio del regista svizzero Germinal Roaux – Orso di Cristallo e Gran Premio della Giuria Internazionale della sezione Generation 14plus, alla Berlinale 68 – potrebbe essere un’altra storia di migrazione nel tentativo di arrivare a un porto sicuro. Oppure tutto il contrario, il racconto di qualcuno che non vuole muoversi, che non cerca né di ricominciare né di appartenere a un territorio che sente come alieno. Forse il cuore del lungometraggio di Roaux si trova proprio lì, nell’istante a volte impercettibile che rimane tra ombra e luce, volontà e morale, tra alba e tramonto. Nel suo immaginario concepito in bianco e nero, che esiste soltanto in quanto fatto di contrasti.

L’unica figura che resta sempre solida, immutabile, che sembra sparire dietro la sua apparente debolezza ma mai perdersi è quella di Fortuna (Kidist Siyum Beza), una giovane rifugiata etiope di 14 anni che ha perso le tracce dei genitori dopo l’arrivo sulle coste italiane. Adesso lei si trova in un rifugio in mezzo alle montagne svizzere, gestito da un gruppo di religiosi che danno ospitalità agli immigrati. Tutti sospesi in uno spazio provvisorio ma in apparenza infinito, con un cuore in comune che batte a un ritmo rallentato e lotta per non sprofondare sotto la neve.

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La fisicità di Fortuna si configura in modo lento, cresce e prende forma mentre segue il ritmo del racconto, per poi diventare riconoscibile quando si fonde con la neve. Fortuna è anche il corpo della frontiera, il passo tra innocenza e maturità, tra inerzia e decisione, la scelta fra attraversare le montagne sotto il freddo e le tormente o rimanere in una realtà protetta e calda ma inamovibile.

Nel suo ultimo ruolo prima della scomparsa del febbraio scorso, Bruno Ganz – nei panni del capo frate Jean – si presenta sempre come un corpo in trasfigurazione, che sostiene sulle spalle una chimera a cui non vuole rinunciare, che trasmette pace con lo sguardo e il silenzio, riflette senza urgenza sulla morale, il bene e il male e abbraccia il suo universo con affetto ma fermezza, come faceva il Damiel di Il cielo sopra Berlino e Così lontano così vicino. Che torna al bianco e nero e si fonde nelle proprie intenzioni e nello sguardo degli altri, fino a formar parte infinita della neve, delle montagne, di ogni cosa. Un addio anticipato che chiude anche un percorso, il cerchio di un Cinema dove lui è stato sempre una sorta di visitatore, l’amico svizzero tedesco, quello che guarda e capisce il senso di tutto, anche se non appartiene al posto.

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In un immaginario audiovisivo pieno di storie di migrazione, frontiere geografiche e legali, vite in movimento che si perdono in un percorso visto sempre sotto l’ottica di una collettività, un blocco fatto di corpi senza individualità, il film di Roaux porta avanti un racconto privato, mette il riflettore sopra un’ombra e la fa diventare luce. La storia di Fortuna, i suoi pensieri, quello che le impedisce di sorridere, di volersi muovere, che la fa comunicarsi soltanto con gli animali, non ha tanto a che fare con la sua condizione di rifugiata, con il problema sociale, con la politica di stato, con la vulnerabilità, la precarietà o illegalità; ha a che fare con l’amore, con l’affetto, con una nuova vita che sta per arrivare. Un meta-racconto che invece di perdersi in un mare di urgenze sociale e universale, prende luce propria e si rende visibile, reale e ancora più urgente.

I volti e le intenzioni dei personaggi continuano a contrastarsi, mentre il regista si muove e segue sempre la stessa direzione. Forse per lasciare tracce sulla neve di un percorso nuovo, di un’idea di cinema o di mondo, forse per cancellare quelle già passate, per ricostruire un nuovo futuro fatto di storie piccole, sentimenti privati e motivazioni universali.