DAAAAAALI!, di Quentin Dupieux

Per Dupieux conta solo esporre le stravaganze di Dalí e declinarle a fini comici. Ma appare completamente incapace di gestire lo strapotere iconografico del maestro. VENEZIA80. Fuori Concorso

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Sin dalle prime battute di DAAAAAALI! è chiaro come Dupieux non sia minimamente interessato al ritratto del celebre artista spagnolo: di Dalí pittore, scultore, fotografo, scrittore, sceneggiatore, designer, persino mistico, non c’è traccia. Ciò che conta per il commediografo francese è la strabordante personalità dell’uomo, l’immagine pubblica – se non addirittura sacrale – di un maestro dell’arte Novecentesca, la cui valenza artistica non è qui da individuare nei virtuosismi dadaisti o surrealisti che lo hanno consegnato ai libri di Storia: ma nei fenomeni alla base del suo essere icona, del suo proporsi quale pura materia visuale, arrivando così – forse anche grazie alle memorabili sequenze di Midnight in Paris – a penetrare nell’immaginario collettivo non “solo” per le sue inarrivabili abilità grafiche, quanto per il potere comunicativo della sua (più che altisonante) imago.

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Non è allora un caso che per ragionare sull’immagine pubblica del maestro, qui Dupieux parcellizzi il corpo di Dalí, lo scomponga, fino a frammentarlo in una molteplicità di configurazioni. Il racconto di DAAAAAALI! parte infatti dall’incontro tra una giovane giornalista francese (Anaïs Demoustier) e una delle tante “variazioni” del pittore. La donna desidera realizzare un documentario sull’artista, ma il progetto apparirà tanto ridicolo quanto problematico, proprio perché Dalí, dall’alto della sua personalità “sopra le righe”, non può essere confinato in una cornice caratterizzata da linguaggi incapaci di restituire pienamente la magnitudine della sua espressività artistico-iconografica. Ecco allora che Dupieux articola una narrazione tutta incentrata sullo scardinamento della superficie, sulla necessità di esporre ed enfatizzare le idiosincrasie – e quindi le stravaganze – dell’uomo, in modo da generare la comicità attraverso le sue stramberie comportamentali. In questo senso più Dalí assume atteggiamenti eccessivi, più aumenta il grado di eccentricità del racconto, tradotto qui sia in termini narrativi, cioè di scenari illogici che sfiorano l’incredulità pur di ironizzare sulla figura dell’artista, sia in termini puramente visuali, con particolare riferimento a quelle soluzioni estetiche che “rompono” con la plasticità dell’inquadratura, sovvertendone le continuità spazio/temporali.

Se gli elementi comici di DAAAAAALI! possono risultare piacevoli finché si attaccano al corpo (o meglio, ai corpi) del maestro e della sua sfrenata personalità, tutto il contesto circostante appare perlopiù innocuo, senza mordente né incisività, soggetto a scadere in soluzioni ridondanti e fin troppo autocompiaciute. Quel che Dupieux sembra dimenticare ogni volta che insegue il classico stilema della “ripetizione”, è l’essenza che contraddistingue, paradossalmente, tale topos: la variazione. Senza di essa, la reiterazione ossessiva di idee e gesti a fini comici perde di ogni spessore, arrivando così a generare un effetto contrario a quello desiderato. Ecco allora che DAAAAAALI! finisce per affogare nelle sue stesse ambizioni. Al punto che neanche una personalità strabordante come quella dell’artista può evitare al racconto di cadere nel baratro del tedio.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5
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Il voto dei lettori
2.33 (3 voti)
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