(doc) Tanti futuri possibili, di Gianfranco Rosi

Percorrere con Renato Nicolini i 68 km del Grande Raccordo Anulare, vuol dire ritracciarne la traiettoria. A partire dal punto di vista urbanistico, ovviamente, ma ancor più da quello dell’immaginario

tanti futuri possibiliEvento centrale di una splendida giornata dedicata dal Festival di Roma a Renato Nicolini, Tanti futuri possibili di Gianfranco Rosi disegna un’altra ipotesi di liberazione nel circuito chiuso della contemporaneità. Un’unica (mutevole) prospettiva, trenta minuti di monologo, in un minivan che percorre il Grande Raccordo Anulare: il cinema stretto nei suoi limiti minimi, eppur immancabilmente teso all’oltre. Nicolini dà le spalle al senso di marcia mostrando già, in qualche modo, un rifiuto a lasciarsi trascinare nel flusso continuo, anonimo e meccanico del traffico. E con la magnifica, spiazzante ironia figlia della propria storia, racconta il tracciato del GRA, ma soprattutto il suo valore simbolico, tra le colpevoli distorsioni del progresso e le magnifiche suggestioni dell’utopia.

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Nato negli anni ’50 e strettamente legato, persino nel nome, al suo principale ideatore, l’ingegner Eugenio Gra, direttore generale dell’ANAS, il GRA è un caso strano di smaterializzazione della firma nell’opera. Quanti sapranno che il GRA è stato fatto dall’ingegner Gra? Ed è solo una piccola scia del fuoco di fila di battute e deviazioni compiute da Nicolini. Percorrere con lui questi 68 chilometri, vuol dire ritracciarne, in un certo senso, la traiettoria. A partire dal punto di vista urbanistico, ovviamente, ma ancor più da quello dell’immaginario. Il GRA è una specie di linea di confine oltre la quale tenere lontani gli altri, l’arcano limite del Village capitolino. “Quindi Alemanno dice: gli zingari fuori dai coglioni, fuori dal raccordo anulare”. Non che la prospettiva veltroniana fosse molto più aperta… Chi è fuori dal raccordo anulare è escluso dalla città. Zingaro invisibile. Nonostante le nuove tendenze ridisegnino il tessuto urbano e sociale della capitale: ora sono i calciatori della Roma a vivere fuori dal raccordo. Sono loro gli zingari, forse.

 

Torna in mente l’ossessione di Gina, la protagonista di Un giorno speciale, il puntiglio con cui precisa di vivere appena fuori dal raccordo, quasi a voler difendere con i denti una residua appartenenza a una città amara. Ecco, se la Comencini percorre il raggio del GRA (ma come si calcola il raggio a partire della circonfenza?), in un attraversamento dalla periferia al centro, viaggio della speranza (negata) dall’anonimato all’affermazione, Rosi e Nicolini stanno sul perimetro di questo cerchio imperfetto, in cui il tempo sembra fermarsi. Stanno al punto estremo della spirale di un eterno ritorno muratoviano, che si ripete all’infinito, dall’alba al tramonto, in un paesaggio che muta per tornare uguale, tra veicoli industriali, abiti da sposa e promesse componibili di felicità. Il GRA è l’altare del loop contemporaneo, innalzato su una storia cancellata, appiattita, asfaltata. Ed è la metafora perfetta di un cinema che accoglie la propria vocazione meccanica a impattare e cancellare il tempo. Epperò, da quel limite, Nicolini intravede mille uscite, quelle dei tanti futuri possibili, che si accavallano nell’incubo di una fantascientifica progressione geometrica, ma che, di contro, spezzano l’incantesimo del cerchio magico. La città, invisibile, sfugge sempre più di mano, oltrepassa il confine, fuori da ogni raccordo. Perché l’unica connessione possibile sta nelle persone, nella loro capacità di legare, al presente, il passato e il futuro. Il raccordo è quello creato dalle idee e le parole di un uomo eccezionale che, col sorriso sulle labbra, ci lascia intuire un’ipotesi di città ancora aperta. È là, appena nascosta nel fuoricampo verso cui tendono i suoi occhi. Oltre la paura.

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