DRIFT – L’impresa postmediale di Underworld

Era il 1 novembre 2018 quando Rick Smith e Karl Hyde, il duo che compone la formazione storica degli Underworld, annunciarono al mondo uno dei progetti artistici più ambiziosi degli ultimi anni: pubblicare un brano ogni settimana per un intero anno. Il progetto, che ha come presupposto uno sforzo artistico, creativo e intellettuale titanico ha preso iconicamente il nome di Drift e ha trasformato il sito ufficiale del gruppo in un diario di bordo di questa barca alla deriva sulla quale gli autori della celebre Born Sleepy che chiudeva Trainspotting hanno deciso senza coscienza di avventurarsi. Durante il suo viaggio, però, la band ha presto dato sfoggio dell’incredibile potenziale di Drift cominciando a implementare anche divagazioni artistiche che comprendevano tante altre forme e linguaggi. A fronte infatti di cinquantadue brani pubblicati in altrettante settimane, sono stati rilasciati quasi 30 videoclip e svariate poesie, componimenti e illustrazioni che hanno fatto sì che la forma finale di Drift, pubblicato in sei album, un blu-ray e un libro illustrato, diventasse un gigantesco caleidoscopio di influenze artistiche profondamente diverse.

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Durante le poco meno di sette ore di musica che Drift propone, passiamo dalla techno-ambient ipnotica di un brano come One True Piano Need Hand, alle sonorità Nu jazz di Tree And Two Chairs tipiche del duo che ha modellato gran parte della scena dell’elettronica anni ‘90, fino a imbatterci nei synth punk-western di brani come Brilliant Yes That Would Be, riuscendo quasi sempre a schivare il rischio di una ripetitività che il format dell’operazione suggeriva essere dietro l’angolo. Una incredibile dimostrazione di versatilità, dunque, ottenuta anche grazie alle collaborazioni con il producer O[Phase] e, soprattutto, con i The Necks che hanno firmato la collaborazione dell’ultimo ispiratissimo album nel quale fa capolino una sorprendente componente funky.
Lo stato di grazia e l’incredibile fertilità dell’anno che Underworld ha vissuto producendo più materiale che nei precedenti quindici anni di carriera, ha influenzato anche la produzione dei videoclip, quasi interamente diretti da Simon Taylor: split screen, lunghe esposizioni, dissolvenze incrociate multiple, animazioni 3D, time-lapse e molto altro rendono Drift Season 1 un flusso di coscienza audiovisivo che per stessa ammissione di Karl Hyde non è che una corrente entro la quale gettarsi da un punto a caso per poi riemergerne quando e dove si vuole.
Una dichiarazione che fa il paio con quella di Nicolas Winding Refn che a Venezia, presentando la sua ultima fatica, Too Old to Die Young, ha scelto provocatoriamente di far proiettare la quarta e la quinta puntata della serie, manifestando il suo totale disinteresse della per la linearità narrativa.

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Questa idea di arte come luogo entro il quale entrare e dal quale uscire a piacimento è un topos diventato ormai ricorrente nella proposta e nella fruizione artistica contemporanea; gran parte delle forme più sperimentali delle arti visive e degli spazi espositivi si reggono su questo concetto, e non a caso parte della produzione musicale di Drift è stata scelta per accompagnare proprio un‘installazione live al Manchester Street Poem dello scorso anno.

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Ma è forse la musica, in particolare quelle elettronica, che più sta sfruttando e sublimando questo concetto: tempo fa facevamo riferimento a Oneothrix Point Never, compositore delle colonna sonore dei fratelli Safdie (Good Time e Uncut Gems), come esemplare esponente di questo tipo di approccio artistico, e il suo lavoro per la coppia di cineasti newyorkesi non ha fatto eccezione.

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Forse non è un caso che autori cinematografici molto vicini alla scena musicale elettronica permeino i loro prodotti di questa idea di fruizione. Detto del cineasta danese autore di The Neon Demon, persino il recente 6 Underground di Michael Bay, su Netflix da dicembre, ci dice come da un blockbuster, emblema di linearità narrativa, si possa ormai entrare e uscire identificando nelle sue sequenze madre pillole di azione da binge watching pomeridiano.
Sono le stesse pillole con le quali Samuel Taylor riesce a scaraventarci nelle vorticose sgommate in un autodromo nel video di Another Silent Way, o a guidarci su una metro in Custard Speedtalk e osservare per qualche minuto il multiforme punto di vista del treno in corsa, e persino invitarci a metterci in ginocchio e guardare il mondo con gli occhi di una mendicante in una trafficata metropoli occidentale; “gambe e piedi che muovendosi per andare da qualche parte – dice Karl Hyde – rafforzano in lei il desiderio di andare da nessuna parte”. Un desiderio che ha animato il viaggio di Hyde e Smith ma dal cui spaesamento sono scaturiti sentieri di ricerca tutti da esplorare.

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Underworld quindi, in tournée da dicembre per promuovere live la loro mastodontica creazione, con Drift Season 1 entrano a gamba tesa nel nostro scenario tardo postmoderno in cui se la tv riflette sul proprio potere mitopoietico e i grandi autori cinematografici sono impegnati a ricalibrare la propria grammatica all’interno del panorama postmediale, ecco che la videoarte guida una mondiale riflessione sulla natura stessa della produzione e soprattutto della fruizione dell’audiovisivo digitale contemporaneo. Farlo a ritmo degli incessanti rullanti di Underworld è sicuramente più piacevole.

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