“Drive”, di Nicolas Winding Refn

Ci girano davvero. 
Aldo Spiniello su Bronson

Il problema più grosso di alcuni cineasti sono i propri fan. Non è chiaro se è per paura di scontentare o turbare la foltissima schiera di ammiratori che ne hanno fatto una firma di assoluto culto, o per un amor proprio che non avrebbe tollerato di sminuire talmente tanto il proprio talento, ma Nicolas Windin Refn passa la gran parte del tempo speso dietro la macchina da presa per girare Drive a tentare di convincersi e convincerci che no, non sta girando un action di quelli basati sui motori rombanti, né tantomeno un bel b-movie secco, duro e spedito com’è il romanzo noir di James Sallis su cui il suo film si basa. Per carità – come al solito nel cinema dell’autore danese, ogni cosa è qualcos’altro.
C’è una sequenza da questo punto di vista emblematica, perché rappresenta uno dei topoi del genere, e la terrificante trasfigurazione che Refn ci attua sopra. In un ascensore, il protagonista Ryan Gosling è in compagnia della donna di cui si è innamorato, Carey Mulligan, e di un omaccione che si intuisce avere intenzioni omicide nei suoi confronti. Quello che sotto lo sguardo di alcuni cineasti classici come il più volte tirato in ballo Walter Hill (ma addirittura anche per Rob Cohen…) si sarebbe sicuramente risolto come un essenziale crescendo di tensione all’interno dello stretto cubicolo dell’elevatore, magari evitando del tutto l’azione o riducendola ad un deciso climax, diventa in Drive il ridondante e compiaciuto balletto con cui Refn prima ferma il tempo in modo da concedere alla coppia un lungo bacio appassionato fasciato da musiche ‘gonfie’, e poi imprime un’accelerazione violenta che si conclude con l’eliminazione sanguinosissima dello sgherro, a cui viene sfondata la testa a colpi di calci. E così la rapina andata male dell’inizio del film diventa il pretesto per ralenti su crani che esplodono, e le notti passate dal protagonista a vagare in macchina per la città sono filtrate dalla colonna sonora elettronica che ovatta tutto all’interno di una superficie extracool, come fossimo ancora tra i guerrieri vichinghi dell’insopportabile Valhalla Rising.
A Refn questa sensazione di flusso narcotizzato, sotto stupefacenti o sedativi a seconda delle circostanze, in cui imbeve i film sino a renderli comfortably numb sembra importare più di tutto, dei personaggi e del rispetto per il cinema. E così Drive, sino ad una sezione finale difficilmente difendibile in cui anche il confronto con il boss cattivo sulla spiaggia di notte finisce filtrato dal ritmo da rave delle luci che a intervalli regolari illuminano il bagnasciuga al buio, va perdendosi progressivamente quella che in partenza era una storia d’amore per un istante decisamente tenera e ‘calda’. 
Davvero, non è una questione (non lo è mai stata) di riferimenti cinefili o al “genere” (da Cannes a oggi se ne son lette di tutti i colori al riguardo). Non è nemmeno fastidio per la confezione leccata da nouvelle cuisine. E’ innanzitutto una incazzata difesa del cinema inteso come goccia di sangue, acqua di lacrima, pezzo di lamiera, puleggia di macchina, fango e capello, e non come lo intende Refn, ovvero oggetto di design ornamentale, raccolta differenziata, cimitero di Fuksas, ronda cittadina armata sì, ma dalla parte sbagliata. Ecco, fraintendere il cinema di Refn è come guardare ossessivamente il contachilometri di questo video (che in sé potrebbe tranquillamente essere stato girato dal cineasta danese, senso di divertita superiorità dei commentatori compreso) perché raggiunge i 316 km/h in autostrada in Germania, e a noi piace provare l'ebbrezza della velocità. Mandiamogli contro Dominic Toretto…


Titolo originale: id.
Regia: Nicolas Winding Refn
Interpreti: Ryan Gosling, Bryan Cranston, Carey Mulligan, Albert Brooks, Oscar Isaac, Ron Perlman, Christina Hendricks
Origine: USA, 2011
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 95'

 

 

“Drive”, di Nicolas Winding Refn

Ci girano davvero. 
Aldo Spiniello su Bronson

Il problema più grosso di alcuni cineasti sono i propri fan. Non è chiaro se è per paura di scontentare o turbare la foltissima schiera di ammiratori che ne hanno fatto una firma di assoluto culto, o per un amor proprio che non avrebbe tollerato di sminuire talmente tanto il proprio talento, ma Nicolas Windin Refn passa la gran parte del tempo speso dietro la macchina da presa per girare Drive a tentare di convincersi e convincerci che no, non sta girando un action di quelli basati sui motori rombanti, né tantomeno un bel b-movie secco, duro e spedito com’è il romanzo noir di James Sallis su cui il suo film si basa. Per carità – come al solito nel cinema dell’autore danese, ogni cosa è qualcos’altro.
C’è una sequenza da questo punto di vista emblematica, perché rappresenta uno dei topoi del genere, e la terrificante trasfigurazione che Refn ci attua sopra. In un ascensore, il protagonista Ryan Gosling è in compagnia della donna di cui si è innamorato, Carey Mulligan, e di un omaccione che si intuisce avere intenzioni omicide nei suoi confronti. Quello che sotto lo sguardo di alcuni cineasti classici come il più volte tirato in ballo Walter Hill (ma addirittura anche per Rob Cohen…) si sarebbe sicuramente risolto come un essenziale crescendo di tensione all’interno dello stretto cubicolo dell’elevatore, magari evitando del tutto l’azione o riducendola ad un deciso climax, diventa in Drive il ridondante e compiaciuto balletto con cui Refn prima ferma il tempo in modo da concedere alla coppia un lungo bacio appassionato fasciato da musiche ‘gonfie’, e poi imprime un’accelerazione violenta che si conclude con l’eliminazione sanguinosissima dello sgherro, a cui viene sfondata la testa a colpi di calci. E così la rapina andata male dell’inizio del film diventa il pretesto per ralenti su crani che esplodono, e le notti passate dal protagonista a vagare in macchina per la città sono filtrate dalla colonna sonora elettronica che ovatta tutto all’interno di una superficie extracool, come fossimo ancora tra i guerrieri vichinghi dell’insopportabile Valhalla Rising.
A Refn questa sensazione di flusso narcotizzato, sotto stupefacenti o sedativi a seconda delle circostanze, in cui imbeve i film sino a renderli comfortably numb sembra importare più di tutto, dei personaggi e del rispetto per il cinema. E così Drive, sino ad una sezione finale difficilmente difendibile in cui anche il confronto con il boss cattivo sulla spiaggia di notte finisce filtrato dal ritmo da rave delle luci che a intervalli regolari illuminano il bagnasciuga al buio, va perdendosi progressivamente quella che in partenza era una storia d’amore per un istante decisamente tenera e ‘calda’. 
Davvero, non è una questione (non lo è mai stata) di riferimenti cinefili o al “genere” (da Cannes a oggi se ne son lette di tutti i colori al riguardo). Non è nemmeno fastidio per la confezione leccata da nouvelle cuisine. E’ innanzitutto una incazzata difesa del cinema inteso come goccia di sangue, acqua di lacrima, pezzo di lamiera, puleggia di macchina, fango e capello, e non come lo intende Refn, ovvero oggetto di design ornamentale, raccolta differenziata, cimitero di Fuksas, ronda cittadina armata sì, ma dalla parte sbagliata. Ecco, fraintendere il cinema di Refn è come guardare ossessivamente il contachilometri di questo video (che in sé potrebbe tranquillamente essere stato girato dal cineasta danese, senso di divertita superiorità dei commentatori compreso) perché raggiunge i 316 km/h in autostrada in Germania, e a noi piace provare l'ebbrezza della velocità. Mandiamogli contro Dominic Toretto…


Titolo originale: id.
Regia: Nicolas Winding Refn
Interpreti: Ryan Gosling, Bryan Cranston, Carey Mulligan, Albert Brooks, Oscar Isaac, Ron Perlman, Christina Hendricks
Origine: USA, 2011
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 95'

 

 

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    Come siete noiosamente appiccicati ai cinemini dei Michael Bay-Ron Howard-Dario Argento-Kevin Kostner-Ciprì e Maresco. Perchè quando l'autore è Lynch a stravolgere la narrazione, come fece nel sontuoso Blue Velvet allora è un artista, se lo fa Refn diventa un furbacchione. Refn è già un nome sicuro su cui puntare. Puro cinema mentale, forma menits aggiornata (voi dite "furbo", e lo dite anche nei riguardi di Nolan, io dico "aggiornato"), cinema di silenzi e di sguardi attoniti. Purissima, personalissima invenzione.

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    Non posso definirmi un fan di Refn, perché ho visto poco. Ma questo film è bellissimo, pura emozione, su un corpo filmico robuto e con pregilinguistici di assoluto valore. Non capisco onestamente questa recesione, la scena dell'ascnsore è pura magia.

    Faccio uan considerazione a latere: a furia di essere attaccati ad una propria idea di cinema, per carità rispettabilissima, ho l'impressione che voi Selvaggi stiate facendo molti errori di valutazione su opere e cineasti, è una cosa che ho notato negli ultmi anni. Ho paura che vi stiate tarsformando in quei critici 'parrucconi' che quando li rielggi ad anni di distanza ti rendi conto che prendevano cantonate assurde…Spero di sbagliarmi

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    Perfettamente d'accordo con il giornalista. Un cinema vuoto, puro stile (per carità, diverso dal solito fighettame, ma solo perchè si rifà totalmente a quello tra i 70 e gli 80, cioè tra Walter Hill e Michael Mann), ma soprattutto, ZERO EMOZIONE! Ma come ci si fa ad emozionare a un film del genere?! E anche se il cinema non è solo carne ed "emozione", allora l'altro lato (il cervello) dovrebbe giustificarne la freddezza. Ma qui non c'è neanche questo! C'è solo un'esibizione fine a se stessa, un soggetto che non diventa mai storia, una presunzione, questa sì, da fighetti senza cuore nè cervello che malgrado ciò si "atteggiano". Esattamente, a quanto pare (è il primo film di REFN che vedo, ma una mezza idea me l'ero già fatta), come i fan di questo sopravvalutato e superfluo regista. Stessa impressione ricevuta dal Fuast di Sokurov e dal tanto blasonato Inception: il nulla dietro la messa in scena (peraltro non così irresistibile) Non lo avrei …

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    vado un secondo OT: epperò, @luca, come fai a sentirti nello stesso modo dopo inception di Vorrei Ma Non Posso Nolan, e dopo il faust di Sono Sokurov e Posso, Eccome Se Posso? mica è normale

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    Faust non l'ho visto sono invece d'accordo con LucaP su inception quel tipo di cinema che non ti vuole far capire niente e allora chissenefrega nolan vattene x konto tuo

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    heilà neri, e di Drive, che ne dici, ti è piaciuto?

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    Vada all'altro articolo e trova la risposta. Un solo click

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    Questa è anche peggio della recensione di Emiliani. Ma vi pagano pure? Mamma mia che tristezza…

  • Michele Centini
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    Volevo fare solo una parentesi: pensando agli ultimi film di un grande maestro come Michael Mann, film come Miami Vice e Public Enemies, posso dire che, pur avendo amato abbastanza il secondo, nessuno dei due vale una sola singola scena di questo magnifico, tellurico Drive. Winding Refn è il nuovo oggi, Mann lo era negli anni '90.

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    @Michele tu non stai bene, si vede! Ma che avete da discutere su un film inutile come questo? Ah selvaggi, che combinate!

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    Caro Michele, vorrei riprendere per un attimo il tuo primo commento. Ti esprimi per superlativi assoluti ("purissima","personalissima") quando ti riferisci all'oggetto da esaltare e per eufemismi ("cinemini") quanto ti riferisci all'oggetto da sminuire, senza però degnarti minimamente di spiegare perché quelli di Bay, Howard, Argento, Costner (non "Kostner) e Ciprì & Maresco sarebbero dei "cinemini", mentre quella di Refn sarebbe "purissima, personalissima invenzione". Inoltre, quando paragoni Refn al David Lynch di “Velluto blu” dovresti poi dimostrare che lo “stravolgere la narrazione” del regista del Montana (fosse solo questa la sua grandezza!) è un gesto da vero “artista” (e quindi anche quello di Refn). Semplicemente, il tuo commento è tautologico, non dice nulla.

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    ora, discutere va benissimo…i gusti son gusti…ma dire che una singola inquadratura di DRIVE vale più di tutto il Mann degli anni 2000 sfiora il blasfemo. E' troppo, dai! Refn copia/incolla le inquadrature di Collateral di L.A. notturna (tanto per dimostrare la sua originalità…) e non riesce minimamente a ricostruire quella magia lirico/destabilizzante del digitale di Mann…

  • bix o vattelapesca
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    mi fastidia l'atteggiamento di chi dice 'selvaggi che combinate!', sminuendo gli interventi altrui. troppo facile.. e poco leale. se si gioca, si gioca, ci sono regole, ognuno può dire la sua, ma basta fare gli intelligenti e dire cose tra l'altro molto offensive parandosi dietro SS che lascerebbe troppo spazio a tutti di dire la propria. poi non capisco perché uno debba sempre dimostrare le cose che apoditticamente dice e fa intrasentire. che uno dica 'il cinema non è per tutti' è anche, in parte, una verità, eppure viene subito attaccato, gli si chiede sempre il curriculum, 'tu chi sei?' o 'ma chi ti credi di essere' e invece bisognerebbe partire da un rispetto, anche della tesi più paradossale o sghemba. inoltre, alcuni sembrano essere i depositari o gli avvocati difensori di certe verità e certi registi, guai a toccarglieli.. perché non si può dire purissimo o personalissimo? cinemino? a me p.es. non piace molto il giornalistico 'regista …

  • bix o vattelapesca
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    del Montana', ma passi/

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    na singola inquadratura di DRIVE vale più di tutto il Mann degli anni 2000?
    acc ma allora siamo di fronte a un vero nuovo grande maestro del cinema contemporaneo! E sentieri selvaggi che fa? Ci fa uno sceciale al negativo?
    Crolla il mondo, ma a questo gioco mi rifiuto di giocare. Quando riprenderete a discutere di cose serie riavrete la mia attenzione. (per esempio perchè non avete fatto uno speciale sul cinema "da camera", da Polanski in giu'?).

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    Caro Centini, non mi sembra che Ciprì e Maresco siano amati da Sentieri Selvaggi

  • bix o vattelapesca
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    su Ciprì e Maresco. Tuttora mi sembra sbagliata l'impostazione del Cagliostro. Lo dico perchè non mi sembra di aver letto critiche in questo senso. La parte delle interviste è per me un errore evidente. D'accordo, può essere divertente come gioco postchiambrettistico o come deviazione visiva coloristica, ma avrei preferito che si rimanesse sul delirio intenso e vuoto cagliostresco che invece viene forzosamente irretito in una irritante gabbia da giochino blobistico, con le comparsate ecc. Anche su una rivista 'rigorosa' come Filmcritica non ho letto disamine in questo senso, c'è invece come un appoggiare fideistico certi autori, a volte un pò -come dire?- senza nerbo, loffio, adorante, in una posizione perennemente succube e passiva. Auspicherei un rimontaggio del film, senza i finti interventi critici. Così come a Pesaro, nella rassegna Bertolucci, non sarebbe stato male, per pura gnosi, inventarsi una serata di proiezioni 'Zagarolo VS Ultimo Tango', prende …

  • bix o vattelapesca
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    ndo sul serio la famosa 'paura' di bb/

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    Recensione imbarazzante che dimostra che del film avete capito ben poco…e nascondete questa pochezza con frasi senza senso, buttate lì, per darvi un ridicolo senso di super-critici.Quando leggo un cosa simile :…"E’ innanzitutto una incazzata difesa del cinema inteso come goccia di sangue, acqua di lacrima, pezzo di lamiera, puleggia di macchina, fango e capello, e non come lo intende Refn, ovvero oggetto di design ornamentale, raccolta differenziata, cimitero di Fuksas, ronda cittadina armata sì, ma dalla parte sbagliata"…mi vien da fare delle grasse risate e di consigliarvi di scrivere come mangiate

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    Definire insopportabile Valhalla Rising penso renda meno credibili le critiche mosse a questo film, essendo forse già in partenza poco apprezzato lo stile del regista.

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    "Il problema più grosso di alcuni cineasti sono i propri fan." No. Il problema sono i recensori "wannabe" che pur di darsi un tono cercano di smontare film "totali". Wannabe… Nulla di più. Tempo perso. Non è sufficiente un collegamento internet per parlare di cinema con cognizione di causa. Quando il recensore vedrà un film migliore quest'anno ci faccia un fischio (ma anche no).

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    mi unisco al coro qui sotto… recensione/(recensore?) che trasuda di spocchia. Per chi ha visto questa pellicola e ne ha apprezzato il valore (e non é cosa difficile) capirà al volo quanto questa analisi sia poco credibile e quantomai poco veritiera. il massimo del bigottismo puerile lo si raggiunge in: "E’ innanzitutto una incazzata difesa del cinema inteso come goccia di sangue, acqua di lacrima, pezzo di lamiera, puleggia di macchina, fango e capello, e non come lo intende Refn, ovvero oggetto di design ornamentale, "patetico se si considera che alcuni dei più bei film di sempre sono di bellezza prettamente ornamentali