E Louis C.K. riprese il microfono (in Italia)

L’idea di riuscire a vedere Louis C.K. in Italia, fino ad un paio di anni fa, era qualcosa di inimmaginabile. Perché il più importante comedian americano, nel pieno della sua ascesa professionale, impegnato tra centinaia di progetti e corteggiato dagli studios avrebbe dovuto trovare il tempo di venire da noi, la periferia dell’impero? Come sa bene chi crede, però le vie del Signore sono infinite, ed ecco quindi ritrovare l’attore, per la prima volta a a Milano, nella gloriosa scenografia del Teatro nuovo di San Babila, in una serie di serate andate presto sold out. Gli ottimisti potrebbero far notare che da qualche tempo il nostro paese è nel pieno di un rinascimento comico. Il successo pubblico di tanti comedian italiani (vedi i vari special Netflix di Ferrario, Raimondo e De Carlo o fortuna teatrale degli spettacoli di Montanini e di Giardina) sta aprendo il nostro paese al mercato internazionale (per fare un altro esempio, Judah Friedlander è appena passato da Roma il mese scorso). Louis C.K., da sperimentatore e pioniere, non ha fatto altro che osare e si è buttato in questa sfida. I cinici, d’altro canto, avrebbero buon gioco a ricordare lo scandalo #MeToo e le ripercussioni che ha avuto sulla carriera del nostro “reo confesso”, costretto letteralmente a sparire. Solo chi deve affrontare un terribile percorso di redenzione professionale può decidere di arrivare in Italia, la periferia mondiale dell’intrattenimento, uno dei pochi posti dove poter trovare un palco da calpestare e un microfono da brandire.

Non importa chi abbia ragione, sta di fatto che in questi giorni, una platea di fortunati ha potuto assistere a uno spettacolo inedito, raro e straniante. Introdotto da ben tre comici sodali, Louie si è presentato al pubblico italiano con uno spettacolo che pur riprendendo altre sue incursioni clandestine, ha la presunzione di avere qualcosa da dire. Come tutti i fenomeni culturali, quando diventano mainstream, anche la stand-up comedy sta affrontando una bastardizzazione commerciale. Una deriva conformista che sta rendendo i comici manieristici, controllati, ammaestrati. Sono passati decenni dal sacrificio di Lenny Bruce. Ora i comici sentono il bisogno di giocare con repertori e black humour in continui puzzle. La provocazione bassa ha lo stesso peso dell’alta invettiva politica, tutto così comodo per artisti che stanno diventando perfetti personaggi mediatici, sempre pronti a dire la frase giusta, sostenere la causa giusta, mangiare il cibo giusto…

In questo perbenismo comico la rabbia di un personaggio stigmatizzato e radioattivo come Louis C.K. rovescia tutto. Come successo con il suo collega Aziz Ansari, tornato in questi giorni con nuovo special dopo un esilio auto-imposto, Louie appena salito sul palco mette le cose in chiaro, rovesciandoci sopra il suo bisogno di confermarci: io ci sono! Ai cultori lo spettacolo milanese, ha ricordato il monologo di Richard Pryor dopo il suo tentato suicidio, o il furente Adenoidi 2003 di un Daniele Luttazzi risorto dall’editto bulgaro. La stessa rabbia, la stessa frenesia comica, la stessa infinita tristezza.

Dietro la frustrazione, il dolore, il rancore di questi artisti costretti (giustamente o no) a sparire c’è la loro umana fragilità, c’è una spasmodica voglia di tornare alla luce. A differenza nostra, che quotidianamente sbattiamo la faccia su delusioni, disillusioni o sofferenze, il comedian ha la fortuna di avere un palco, un microfono e un pubblico adorante. Sotto la confezione del monologo si nasconde allora il loro bisogno terapeutico di esorcizzare fallimenti e terrori, di gridare al mondo qualsiasi insulto passi per la testa. Louis C.K., come una droga, vuole ancora tutto questo. Dopo aver tolto l’elefante dalla stanza, aprendo il monologo sul suo scandalo, il comico continua controllandosi con mestiere e sagacia. Nel suo nuovo viaggio tra humour nerissimo e battute su incesti, blasfemie e feci, però, traspare sotterraneo un fiume di emozioni violente che nel congedo finale non può che sfociare in un commosso saluto al pubblico.

Lo spettacolo fa parte di un percorso (di pentimento? di vendetta? ) che non ci è dato sapere dove porterà l’artista. Mai come in questa occasione, però, ci è chiaro quanto la stand-up comedy si confermi l’arte dell’umano. Solo in occasioni del genere, davanti a centinaia di sconosciuti, un artista trova il coraggio di svestire convenzioni e illusioni. Nel caso di Louie, quello che abbiamo trovato è un uomo che dietro tante battute e parole si mostra sconfitto, pieno di cicatrici e lividi, spezzato dalla sua presunzione e dalle sue colpe. Un individuo sbagliato che fa l’ultimo sforzo di rimanere in piedi, senza nascondersi, consegnando il volto agli sputi e il cuore ai cani. Nessuno, dal fan sfegatato che attacca le vittime della misconduct di C.K. o il critico implacabile che lo vorrebbe annientare, può rimanere indifferente di fronte questo spettacolo.