El abrazo de la serpiente, di Ciro Guerra

Il tempo è la dominante segreta di questo racconto assorbito da una cornice misteriosa e impenetrabile come l’Amazzonia, privata di ogni esotismo da un bianco e nero che esprime, nella scala dei grigi, il suo percepibile profilo mutabile e multicolore.
El abrazo de la serpiente del colombiano Ciro Guerra che con questo film è stato candidato all’Oscar dopo la selezione nella Quinzaine di Cannes 2015, vede al centro della vicenda, che si sviluppa nell’arco di una trentina d’anni, ma ha il respiro del racconto infinito, lo sciamano Karamakate, ultimo rappresentante del suo popolo. Karamakate ha perduto nel tempo le sue qualità interiori e soprattutto i ricordi. Oggi, nel 1949, accompagna Richard Evans Schultes scienziato statunitense che a sua volta è sulle tracce della vecchia spedizione dello scienziato tedesco Teo Koch-Grunberg di cui faceva parte anche Karamakate, all’epoca nel pieno delle proprie forze. Durante il lungo tragitto alla ricerca della yacruna rarissima pianta terapeutica, Karamakate riacquisterà le sue qualità èEl abrazo de la serpiente, 2015 non sarà più chullachaqui cioè un uomo vuoto. Guerra si fa creatore di un viaggio allucinante dentro al cuore di tenebra di un luogo che esige dai suoi ospiti una purezza spirituale, un distacco da ogni desiderio, da ogni bene e perfino da ogni sentimento, che esige l’ascolto della terra e una panica immersione nei suoi ritmi naturali che sembrano riflettere le frequenze dell’universo che, a sua volta, sembra ripetersi in questa diversa dimensione che è l’Amazzonia.

Ma è soprattutto il tempo nella sua continuità e nella sua contemporaneità tra passato e presente, a dominare il racconto del film. Un racconto che come i viaggi dei suoi protagonisti sembra così scorrere dentro una spirale di Moebius e farsi strada come se tutto accadesse su una superficie riflettente nella quale il passato si avvicenda al presente nello stesso scenario e con le stesse paure e con i medesimi sentimenti. Oggi come ieri la giungla amazzonica resta un luogo proibito per chi non ne comprende i significati primordiali. Solo Karamakate con il suo corpo dipinto e El abrazo de la serpiente, Guerramassiccio è attrezzato da una cultura non viziata e originaria, a comprendere parzialmente i segreti e i segni di quelle visioni. La curiosità scientifica dei bianchi non è sufficiente, i loro corpi sono fragili, come si rivela fragile la cultura che esprimono, le loro parole non sono comprese, i loro desideri restano comunque estranei a quel mondo e per quanti sforzi possano fare, essi stessi ne restano separati e lontani. Il film è quindi un profondo omaggio alle culture dell’Amazzonia, quelle di cui non sentiremo più i canti come sottolinea il regista nel finale. Quei canti che sembrano unire i luoghi della terra e dare forma alla vita come Chatwin ci ha raccontato per gli aborigeni d’Australia.
Guerra sembra scrivere questa storia, tratta dai diari di viaggio di esploratori occidentali, con l’acqua, con i corpi di Karamakate e degli scienziati bianchi, la scrive con i riti incomprensibili con i quali lo sciamano guarisce i malati, con la follia fitzcarraldiana che sembra aggredire i personaggi che si avventurano in quelle terre, con la El abrazo de la serpientemagniloquenza di chi si autonomina messia, la scrive con la brutalità di una religione di conquista, la scrive con la rassegnazione del suo protagonista, vero Virgilio nei gironi infernali (non voglio morire in questo inferno, dirà il donchisciottesco Teo divorato da una misteriosa malattia). Ma soprattutto il film è scritto dalla trasparenza dei sogni, quei sogni che turbano la coscienza e scuotono il corpo dormiente fino al risveglio e che non sono che il riflesso di una preveggenza, senza essere divinatori, sono la materializzazione dei segni indecifrabili che la terra sembra lanciare per chi può avere la sensibilità di comprendere.
El abrazo de la serpiente affascina per la limpida verità che rappresenta, senza avventurarsi in nessuna razionalizzazione scientifica ed è per questa ragione che, come suggerisce l’ambiguo titolo, questo racconto in bianco e nero ci avvolge tra le sue immagini di pura potenza visiva e di una visionarietà senza limiti e mentre combatte contro le nostre credenze, ci avvicina a quella che sembra essere lo svelamento della verità in un finale allucinato che ricorda lo sfiorare della verità universale in un tempo senza tempo già cercata da Kubrick. Ma ancora una volta tutto ci sfugge e il segreto resta custodito nel tempo infinito che non ci è dato conoscere.