FCE20 – La fine dell’infanzia e la perdita del mondo

Nella rappresentazione contemporanea dell’umano essere – presentata in questo Festival del Cinema Europeo  sembra aprirsi una faglia, sinonimo di una frattura profonda dell’identità. I corpi e i volti protagonisti sono spesso vaganti per spazi desertici, osservatori di un mondo incompreso e sul quale si muovono “per bordi”, tracciando linee di solitudine e mancanza. Lo spazio del mondo diventa, per questa via, il riflesso del vuoto interiore, dell’isolamento sociale, soggettiva libera indiretta di uno scollamento totale dalla realtà. La forma estetica si presenta, dunque, come lo specchio più realistico – a tratti crudele – della crisi di questi giorni, dove i perdenti sono le figure genitoriali per prime, sempre troppo assenti o distratte rispetto alle responsabilità; sempre sintonizzate su frequenze non coincidenti con quelle dei figli, inesorabilmente abbandonati a un destino incerto.

Non è poco significativa la mancanza della figura paterna nel nucleo familiare a tre di Two for Joy (UK, 2018), diretto da Tom Beard (per il Concorso Ulivo D’Oro): ove ogni immagine si carica – e sovraccarica – dello stato depressivo della madre (Samantha Morton), delle sue paralisi e degli incubi seguiti alla perdita del marito. I capisaldi della famiglia tradizionale sono definitivamente scomparsi, rimettendo senza troppa prudenza ogni onere all’infanzia, precocemente depredata dei suoi giochi e del giusto tempo della formazione. Beard ci riconsegna, dunque, per il tramite della storia privata di Aysha e dei suoi figli (duplicata poi da quella dei vicini di camper), lo smarrimento esistenziale che subentra alla perdita definitiva di ogni riferimento; e, in pari tempo, disegna negli occhi e nelle espressioni del piccolo Troy (e della irrequieta compagna di marachelle) tutta la fragilità umana, combinazione imprudente ed esplosiva di solitudine, aggressività e voglia di evasione dall’ingiusto. E far sì che, in fondo, solo una morte – quasi catartica – diventi potenziale varco verso una nuova apertura, ritrovamento del mondo e della realtà.

I bambini diventano – o tornano a essere – le nuove figure logorate del cinema, e pur tuttavia sempre pronte “a bucare” lo spazio-membrana nel tentativo di ricostruire, con o senza genitori, ove possibile. La stessa riflessione viene – letteralmente – inseguita nel lungo piano-sequenza di Tuva Novotny, nel suo Blind Spot (Norvegia, 2018), anch’essa pellicola in Concorso: vera e concreta dilatazione del tempo del dolore (genitoriale) di fronte al fallimento, blow up dell’impotenza. Il dispositivo di Novotny è consapevole di insinuarsi in una routine (apparentemente) come tutte le altre, di osservare gesti e momenti che si aggraveranno di un peso proprio attraverso la continuità spazio-temporale resa possibile dal mezzo. È allora il tempo del cinema a fare e disfare il tempo della realtà: a seguire in continuità – senza alcuno stacco di montaggio – corpi che vivono e muoiono in un attimo dopo, che assumono pregnanza reale solo attraverso la costruzione del tutto finzionale di quella condizione, molto oltre lo spazio destinato alle parole. Perché solo la continuità del tempo può rappresentare il flusso dei sentimenti interiori senza operarne, al contempo, un ignobile tradimento in immagine.

Se l’identità umana tout court appare irrimediabilmente compromessa, ciò che spinge a credere ancora in una rinascita è il senso della comunità, laddove ancora possibile per condizioni e credenze. Comunità che trova sede nel punto in cui più esseri e solitudini si confrontano attraverso la parola, e alimentano a vicenda la fede nel futuro e nelle unioni d’amore. L’operazione portata avanti dal regista tedesco Mehmet Akif Büyükatalay nel suo Oray (Germania, 2019 – Concorso) è decisamente illuminante rispetto alla questione del verbo e del suo valore “di fatto” nel micro-mondo di una comunità islamica con sede a Colonia. La parola di Dio, vissuta – o meglio subita – come legge suprema, regola da sempre la vita appassionata del giovane Oray, musulmano convinto e in pari tempo cittadino integrato nella società tedesca, dove vive e lavora con costanza. Ma Oray ha sposato prima di tutto la sua fede, incarnatone il verbo sacro seppur senza fanatismo, fatto della sua esistenza il modello esemplare di ciò che l’Islam insegna ai Fratelli sempre per il tramite di parole e scritture. La famiglia vera è questa comunità, dunque, che si parla e sostiene nella credenza. Se non fosse, tuttavia, che anche la parola sacra trascina con sé i residui del giudizio e la ripetizione per tre volte del “talaq” – rivolto da Oray alla moglie Burcu nel corso di una lite per telefono – diventa di fatto una separazione definitiva, pena l’inferno nella prossima vita. La parola ha un valore definitivo, dunque, come il Giudizio di Dio: cosicché l’unica espressione dell’amore sentito tra Oray e Burcu, al momento del loro ritrovarsi, non può che essere mostrato dalla macchina da presa in totale silenzio.

Contraltare della parola-limite (predicata dallo stesso Oray), il corpo prova a liberarsi dai sensi di colpa religiosi, a ritrovare l’amore al di là del tradimento della fede. Al contempo, il dispositivo racconta dello smarrimento del protagonista condensando la materia per colori e suoni, oscurando o accecando lo sguardo al culmine della perdizione di Oray.
Anche stavolta, dunque, ciò che credevamo definitivo inizia a vacillare (la fede come la famiglia, l’Imam come le figure genitoriali). Ma il “mostro” religioso frutto di una visione “orientalista” non sussiste: ogni immagine – a eccezione del gioco di guerra tra i Fratelli – appare del tutto depurata dalla visione superficiale dell’Islam come culto intrecciato inevitabilmente alla violenza e alla morte. Perché l’unica vera regressione umana inizia quando il mondo nella sua integrità si sfalda, nella perdita generale di valori e senso della civiltà. Perché ogni legge può – o deve – essere infranta o cambiata, ogni atto umano – persino questo “talaq” – rimane per sua natura reversibile. La legge del giudizio deve lasciare il posto alla contingenza della vita.

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