From My House in Da House, di Giovanni La Gorga e Alessio Borgonuovo

Il vincitore del RIFF 2021 è un doc sui locali musicali come luoghi di socializzazione e d’avanguardia di uno spirito comunitario, in cui però la nostalgia affossa il discorso sulla gentrificazione

L’evento che dà il nome a From My House in Da House, film vincitore del Premio al miglior documentario al Roma Independent Film Festival 2021, ha luogo per la prima volta nel 2018. Giovanni La Gorga, in arte Dj Giovannino e co-regista insieme all’esordiente Alessio Borgonuovo, sentendo l’esigenza di far rivivere la Roma che gli è rimasta nel cuore, quella degli anni ’90, mette delle casse alla finestra e trasforma il vicoletto dove vive, vicino Piazza Navona, in una discoteca a cielo aperto. Rione Parioni era, infatti, un quartiere “pericoloso, pieno di scippi, di drogati e robe simili”. Forse anche per questo era un quartiere vivo, con un andirivieni continuo, un pellegrinaggio guidato dal dio della movida che illuminava il capo dei suoi fedeli dallo storico Caffè della Pace.

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Ora quel locale simbolo è chiuso. Giovanni La Gorga se lo ricorda, però, molto bene nella sua epoca di maggior splendore ed è quindi il Virgilio perfetto per accompagnare lo spettatore in quel viaggio nostalgico che è From My House in Da House. Con una lunga serie di interviste, affiancate a qualche foto di repertorio, il film tratteggia un tempo dove i disco-bar erano i luoghi di socializzazione per eccellenza. Il glamour dei tavoli riservati per Matt Dillon e Bono Vox conviveva con un forte senso di comunità che poteva far finire la serata con un Paolo Villaggio che elemosina un passaggio a casa. Un centro di Roma che sembra da questi racconti un altro mondo guardando quello di oggi dominato dal turismo e dal commercio delle grandi firme.

From My House in Da House, quando non si perde nella frammentazione del montaggio dal ritmo serratissimo, non riesce però a essere ad andare oltre la levata di scudi (anche più che comprensibile quando si parla di limitazioni per il Covid) nel discorso sulla gentrificazione e sulla perdita di identità della capitale. I grandi artisti internazionali che molti dei protagonisti richiamano come segno dei fasti passati fanno parte della stessa categoria che soffrono oggi, non sono altro che turisti d’eccezione. È vero che gli eventi di Dj Giovannino hanno riportato a vivere piazze e vicoli che vengono ormai per lo più consumati come vetrine instagrammabili. Ha senso chiedersi se quelli che si sono fermati sotto la sua finestra fossero davvero i romani che si riappropriavano dei loro spazi o anche loro “di passaggio”. “Se tu non fossi italiano ma olandese, queste serate sarebbero già un format”, dice Claudio Coccoluto a Dj Giovannino. Ma forse in quel di Amsterdam il problema è altrettanto drammatico. Ed è una frase rivelatoria di come il vestito della nostalgia e delle buone intenzioni possa non essere abbastanza per opporsi alle logiche di mercato che stanno svuotando i centri storici dei suoi autoctoni.

Siamo così sicuri che, come dice lo scrittore Aurelio Picca nel film, basti la “nuova alfabetizzazione” che ci riporti semplicemente alla concretezza delle cose? Siamo così sicuri che il sogno di ogni bambino sia rimasto quello di battere i chiodi su due assi? Il dubbio più forte che rimane alla fine di From My House in Da House è che questa restaurazione del concreto non sia che una reazione, destinata a non avere appigli su una realtà che si smaterializza sempre di più, con il rischio, semmai, di esserne inglobata.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5
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