Fuori dal coro – Boychoir, di François Girard

Dopo le scarse fortune di quel Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie che aveva tentato la carta della magia, senza tuttavia riuscire nel suo tentativo di meravigliare, Dustin Hoffman torna a confrontarsi con il mondo dei ragazzi. Questa volta, però, lascia da parte i voli immaginifici del racconto fiabesco a favore di una storia di formazione e riscatto dal solido impianto classico, vagamente debitrice di Billy Elliott, pur se priva della coerenza narrativa del film di Stephen Daldry.
fuori dal coro boychoirE difatti, da subito, la scrittura dello sceneggiatore di Source Code, Ben Ripley, inizia a mancare il bersaglio. Nell’America reietta e dimenticata delle madri alcolizzate e dei figli allo sbando con la quale il canadese François Girard apre Fuori dal coro – Boychoir, non senza un compiacimento manieristico che via via s’intensifica finendo per ingabbiare l’emozione nella forma, non c’è quasi alcuna traccia di quel desiderio che va trasformandosi in necessità e sul quale, invece, si poggia l’architrave del racconto. Insomma, a far approdare l’undicenne Stet, volto d’angelo con lo sguardo inquieto, nella scuola musicale per voci bianche più prestigiosa d’America, non è il fuoco di una vocazione inarrestabile, quanto il risvolto imprevisto di una tragedia e l’incapacità di un padre di farsi carico delle sue responsabilità. Solo una volta giunto all’interno delle mura dell’accademia, il canto diventa la passione sulla quale ricostruire il senso di un’esistenza. Una centralità sottolineata anche dalla persistente colonna sonora del film, sfruttata grossolanamente dal regista de Il violino rosso e Silk che, ostinandosi a voler saturare ogni spazio disponibile con la celestiale musica delle voci bianche, finisce per disperderne l’impatto emotivo in un estenuante effetto di ridondanza.

debra winger e garrett wareing in fuori dal coroSe non si può non riconoscere a François Girard un’efficace rappresentazione spaziale della distanza tra Stet e la realtà alla quale deve imparare a rapportarsi e, soprattutto, la capacità di riuscire ad avvolgere il film nella malinconia della solitudine, senza tuttavia cedere alle scorciatoie del sentimentalismo, per il resto Boychoir si muove senza grande inventiva tra i luoghi di un impianto narrativo dove la rivalità tra ragazzi, la ricerca di una figura paterna, il gioco di confronto e scontro con gli adulti, la lotta per trovare il proprio posto nel mondo, tradotta nella contrapposizione tra le traiettorie imprevedibili di Stet e l’austerità architettonica dal retrogusto gotico dell’accademia, si intrecciano con il tentativo di creare una sorta di specularità tra il protagonista e l’intransigente e geniale maestro del coro interpretato da Dustin Hoffman.
Con la sua dichiarata volontà di non voler correre alcun rischio, di non esser mai veramente “fuori dal coro”, quello di Boychoir è un cinema sempre troppo trattenuto, dentro il quale, alla fine, risulta difficile riuscire a perdersi. E come se non bastasse, François Girard riesce a anche depotenziare, in una sbrigativa conclusione a lieto fine, una delle poche domande veramente interessanti sollevate lungo il suo percorso, ovvero l’ombra sul futuro gettata dall’effimerità di quel dono, la voce bianca, sul quale il piccolo protagonista del film è andato rifondando la sua esistenza.

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Titolo originale: Boychoir

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Regia: François Girard
Interpreti: Garrett Wareing, Dustin Hoffman, Kevin McHale, Josh Lucas, Debra Winger, Kathy Bates
Distribuzione: Koch Media
Durata: 103’
Origine: USA, 2014

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