Futura, di Pietro Marcello, Alice Rohrwacher e Francesco Munzi

Alla Quinzaine di #Cannes2021 un film compatto e coeso, in cui le personalità dei tre autori dietro le macchine da presa sembrano interessate a collaborare in nome di un fine ultimo più collettivo

«Chissà, chissà domani/Su che cosa metteremo le mani». Con queste parole si apre il brano di Lucio Dalla intitolato proprio Futura, e su queste parole si basa il reportage dall’omonimo titolo diretto dal trittico di registi composto da Pietro Marcello, Alice Rohrwacher e Francesco Munzi. Viene subito da pensare che sia stato Marcello, regista del recente Per Lucio (documentario dedicato proprio alla figura di Dalla e presentato alla Berlinale 2021) a optare o quanto meno suggerire il titolo dell’opera. Tuttavia non possiamo esserne così certi, perché Futura è un film compatto e coeso, in cui le personalità dei tre autori dietro le macchine da presa sembrano interessate a collaborare in nome di un fine ultimo più collettivo, invece che mettersi in mostra individualmente.
Iniziamo dal principio. Il film è un reportage dall’impostazione piuttosto classica, che richiama (citandoli esplicitamente) i capisaldi di questa particolare forma cinematografica (tra tutti ricordiamo Comizi d’amore di Pier Paolo Pasolini e I bambini e noi, di Luigi Comencini). Marcello, Rorhwacher e Munzi si armano di cinepresa e buona volontà e iniziano a girare in lungo e in largo per l’Italia, intervistando diversi giovani di età compresa tra i quindici e i vent’anni. La domanda verte chiaramente sulle loro prospettive future: sogni, emozioni, presentimenti, paure. I ragazzi provano a raccontare le proprie sensazioni, alla luce anche di una pandemia (presente, seppur solamente raccontata e mai mostrata all’interno del lungometraggio) che ha letteralmente scardinato e ricalibrato le aspettative di tutto il mondo.

Il finale invece, proprio durante i titoli di coda, si lascia andare a un’inquadratura di sicuro più evocativa, misteriosa, contemplativa. La ripresa dai tratti amatoriali che accompagna i credits di Futura (non sveliamo nulla di più) è probabilmente la più emozionante del film, proprio perché sull’emozione basa la sua stessa natura. Futura è infatti interessante nel suo procedere in maniera limpida e paritaria, proponendo allo sguardo del pubblico una collaborazione tra tre autori diversi qui al lavoro per un unico scopo, una coesione che sia in grado di celarli in nome dell’operazione per la quale si stanno prestando. Eppure il film non riesce a evitare il rischio di scivolare in uno schema semplice e lineare che alla lunga rischia di diventare una gabbia.
Tutto è al posto giusto, studiato, calibrato e bilanciato. Tutto tranne quell’ultima inquadratura che, senza l’ausilio delle parole, sprigiona la sua più vivace umanità. Il finale è il contrappeso di una pellicola che invece si basa sul gesto del racconto e dell’ascolto.
Al pubblico viene chiesto uno sforzo cognitivo, una comprensione nei confronti non solo di giovani più o meno ribelli, ma soprattutto di una società che forse non è poi così tanto conosciuta. Lo scarto tra la “testa” iniziale e il “cuore” finale dell’operazione è però troppo repentino. Futura non cresce poco alla volta ma cambia pelle senza preavviso. Una trovata che non per forza deve risultare infelice o figlia di poca considerazione, ma che, proprio perché rappresenta il momento più delicato e riuscito del film, lascia un briciolo di rimpianto negli occhi di chi guarda per non essere stata abbracciata con più coraggio.

 

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Regia: Pietro Marcello, Alice Rohrwacher, Francesco Munzi
Distribuzione: Istituto Luce – Cinecittà
Durata: 105′
Origine: Italia, 2021

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
1 (2 voti)
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