Garçon Chiffon, di Nicolas Maury

Nella selezione ufficiale di Cannes 2020 e passato al Festival del nuovo cinema francese Rendez-Vous, il debutto alla regia di Nicolas Maury, volto dei film di Gonzales e star di Dix pour cent

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Dopo più di vent’anni di carriera tra teatro, cinema e televisione, Nicolas Maury, ormai vera e propria star Oltralpe grazie al ruolo di Hervé nella fortunatissima serie comica Dix pour cent – Call my agent!, è passato dietro la macchina da presa per cimentarsi con la regia. Selezionato in Concorso ufficiale a Cannes 2020 e candidato ai César, Garçon Chiffon è il titolo del suo film che tiene abilmente insieme registri comici e suggestioni slapstick, fantasie malinconiche ed exploit da dramma romantico: una «mélancomédie», «malin-commedia», l’ha definita il regista stesso, che altrettanto sapientemente gioca con quel confine ormai logoro tra realtà (autobiografica in questo caso) e finzione, senza disdegnare un bel clin-d’oeil metacinematografico.

Perché se non ci troviamo davanti ad un’autobiografia tout-court, di certo c’è qualche soffio di vita vera disseminato qui e lì come indizio di una trama che i più curiosi possono giocare a ricostruire. Per cominciare Jérémie, il protagonista, interpretato dallo stesso Maury, è un attore trentenne in crisi amorosa, lavorativa e sentimentale; nevrotico, timido e fragile, è corroso dalla più tragica (nel senso etimologico del termine) delle passioni, ovvero la gelosia. Come la Fedra di Euripide e lo Swann proustiano ne è ossessionato e finisce per mandare all’aria la relazione con il suo compagno veterinario (Arnaud Valois). Così, proprio nel momento in cui il mondo sembra aver smarrito ogni punto cardinale, senza lavoro e senza amore, decide di lasciarsi alle spalle il caos parigino alla volta della campagna, del Limousin – in cui Maury è realmente cresciuto – , dove ad attenderlo c’è la madre (una fantastica Nathalie Baye). È in questo simbiotico rapporto madre-figlio, dalla non lontana eco almodovariana, che genere nell’opera un interessante dialogo tra passato e presente, infanzia ed età adulta, il cuore pulsante del film. È la mamma, infatti, a chiamarlo continuamente «mon chiffon» da cui il titolo, relegandolo, volente o no, ad un’eterna dimensione di bambino da proteggere. Tra il Jérémie adulto e il Jérémie ragazzo pronto a chiudersi nella cameretta coperto di soli vesti leggere (chiffon, appunto) a cantare le canzoni dell’iconica Vanessa Paradis la soluzione di continuità talvolta è quasi invisibile, come del resto, a tratti, è poco chiaro il confine tra fiction ed auto-fiction, come si legge sulle pagine di Le Monde.

Si direbbe quasi il tentativo di Nicolas Maury di conquistarsi una «stanza tutta per sé», un luogo in cui raccontare, e forse raccontarsi, in prima persona. E infatti dietro a questa storia dall’apparenza semplice e intima si può leggere tutto il percorso maturo e consapevole dell’attore e regista. Il carattere ibrido di Garçon Chiffon sembra dunque il prodotto di una carriera fortemente intellettuale – dalle performance sui più prestigiosi palcoscenici francesi, lo studio dei classici antichi e francesi, ai ruoli nel cinema d’autore con Garrel, Assayas, Gonzales, Barraud e così via – e insieme molto pop, con il successo nella serialità televisiva. Il film si presenta così, quasi come una mappa metacinematografica per ricostruire questo itinerario, che è quello personale di Maury ma insieme anche quello del cinema francese contemporaneo che in questo momento si presenta, grazie a registi e attori più o meno emergenti, assai vivo: da Laure Calamy, collega di set anche in Dix pour cent, premiata ai César per il film Io, lui, lei e l’asino di Caroline Vignal, a Jean-Marc Barr, volto felino amato da Lars Von Trier, passando per i già citati Arnaud Valois e Nathalie Baye, per arrivare all’idolo Vanessa Paradis, con cui ha diviso il set sul film Un couteau dans le coeur. Senza dimenticare che l’atmosfera deve molto al cinema di Ozon ed alle commedie musicali di Honoré. Tutti intrecci interessanti che ci portano altrove e aprono (forse troppo timidamente ancora) finestre verso quel cinema queer «infiammato» che da qualche anno ormai sta finalmente offrendo nuova linfa alla settima arte.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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