Giovanna, storie di una voce, di Chiara Ronchini

La sessantennale carriera di Giovanna Marini, pioniera della musica popolare, diventa un monito su come, per conservare davvero qualcosa, dobbiamo farla nostra e cambiare assieme a lei. Fuori concorso

Giovanna Marini è in un salotto di Roma, negli anni ’50. È stata invitata a suonare il pianoforte in occasione di una serata letteraria. Suona bene, d’altronde è diplomata al Conservatorio, ma è una bravura che non impressiona Pier Paolo Pasolini, lì presente. “Ma non ti fermi mai?”, le chiede vedendola suonare infervorata. “È il mio lavoro, se vuoi posso suonare tutta la notte”, risponde mentre l’orgoglio e la stizza cominciano a bruciare la soggezione. Riprende a suonare. “Ma ci puoi cantare una canzone?”, insiste l’intellettuale che non ottiene ciò che vuole. Allora si mette lui a cantare, in dialetto friulano. “Canti bene, sei pure intonato. Ma da che libro proviene questo canto?”. Pasolini si mette a ridere. Non è scritto da nessuna parte, proviene dalla tradizione orale.

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Da qui parte l’innamoramento di Giovanna Marini con la musica popolare, contraltare di quella musica classica, con le sue regole da seguire e da infrangere, che aveva studiato da giovane. Giovanna, storie di una voce, per la regia di Chiara Ronchini e presentato al Torino Film Festival, ripercorre la strada alternativa di questa pioniera della musica italiana. Le diramazioni della sua sessantennale e originale carriera l’hanno portata a studiare, comporre e, infine, insegnare quella musica popolare che molti, a quel tempo, consideravano con sprezzo le “canzoni delle donne di servizio”.

Perché nell’Italia del Boom e della nascente società dei consumi non c’era spazio per i canti delle mondine che coglievano il riso, dei minatori siciliani nudi sotto la terra, delle prefiche calabresi. Eppure, con una disarmante lucidità sia presente che passata, Giovanna Marini intuisce il pericolo di inserire quei canti in un’operazione che, piuttosto che di salvaguardia, si avvicina alla tassidermia. Strappare quelle canzoni dalle persone, dalle situazioni e dai luoghi che le hanno generate vuol dire accettare che di vivo in esse non c’è nulla.

giovanna, storie di una voce

Sono gli anni ’60 quando Giovanna Marini è nel folkstudio di Roma, nel quale nascerà il Nuovo Canzoniere Italiano sotto la stessa guida di Roberto Leydi. L’etnomusicologo sente Giovanna canticchiare una canzone. La invita a cantarla per tutti, credendo che sia una canzone scovata durante una ricerca. Lei non gli dice che è un canto popolare letto in un libro che gli aveva regalato un amico. Si inventa, così, due canzoni in un dialetto inventato, rimaneggiando quelle imparate dal libro.

Ascoltando il silenzio che aleggia nelle risaie e nei campi di oggi, è legittimo pensare che la missione di Giovanna Marini sia fallita. Le ariose inquadrature di campi e fiumi oggi vuote, che si innestano su un buonissimo lavoro sull’archivio, sottolineano questa malinconia di fondo. Eppure, Giovanna, storie di una voce urla come la rivoluzione della sua protagonista, attraverso l’insegnamento, sia tutt’altra che interrotta. D’altronde ogni rivoluzione che può sperare nel successo ha origine da un fallimento. Così come se vogliamo davvero conservare qualcosa nella sua vitalità dobbiamo farla diventare parte di noi stessi e rinunciare a volerla sentire tale e quale per sempre, come con noi stessi.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
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