Hacker Porn Film Festival – No Gender No Border

Roma è una città che merita decisamente di essere scopata, dal Colosseo fino all’ultimo dei suoi obelischi“. Tenendo fede alle parole della pornoterrorista Maria Basura, torna l’Hacker Porn Film Festival a scuotere le moribonde mura della Capitale. Alla sua seconda edizione, il festival indipendente si riconferma già come una delle realtà più urgenti e necessarie in ambito queer/post-porno.

Basta dare un’occhiata al programma per capirlo: 12 lungometraggi in concorso con un respiro internazionale, dalla spiaggia di Capocotta de Il Principe di Ostia Bronx di Raffaele Passerini (film di apertura già amato al Biografilm Festival) alle foreste svedesi di Who will Fuck Daddy? di Lasse Långström ai deliri apolidi pornoterroristici di The Misandrists di Bruce LaBruce (di cui vedremo anche il film antologico dal vonpraunheimiano titolo It Is Not the Pornographer That is Perverse… col ritorno di François Sagat, messia decomposto di L.A. Zombie).
E ancora, Monica Stambrini e il suo ISVN, ritratto della porno attrice Valentina Nappi già mostruosa protagonista di Queen Kong; il documentario Fallen Flowers, Thick Leaves di Laetitia Schoofs, che esplora come viene vissuta la sessualità dalle donne cinesi  contro i valori tradizionale della Repubblica Popolare Cinese; il documentario messicano La Muñeca Fea di Claudia López García e George Reyes, girato nella Casa Xochiquetzal, luogo di accoglienza creato e gestito da sex workers; il porno musical Take me Like the Sea del collettivo queer berlinese Salty Cheri; lo sperimentale My Body My Rules di Émilie Jouve sull’uso performativo e politico del corpo, che sul tema sesso e disabilità (tra le protagoniste l’artista disabile NO) si collega con il documentario spagnolo fuori concorso Yes We Fuck! di Antonio Centeno e Raúl de la Morena.

E ancora, la sezione cortometraggi, con ben 28 titoli divisi in 5 slot da 50 minuti ciascuno, dove solitamente si annidano i germi più estremi e sovversivi. Vi rimandiamo quindi al bellissimo trailer che in poco più di un minuto riesce a stimolare a dovere le ghiandole salivari.

Per chi non ne avesse abbastanza c’è anche la sezione No Border, al di fuori dei generi e dei confini, che tra le altre cose ci regala gli ultimi due lavori di Jan Soldat (lo avevamo intervistato giusto qualche anno fa) che con Protokoll ci porta a conoscere la fantasia estrema di tre persone di essere cucinate e mangiate; mentre con Happy Happy Baby facciamo la conoscenza di uomini anziani il cui desiderio è quello di tornare bambini.
All’interno della sezione verrà inoltre presentata una retrospettiva completa dei lavori dell’ospite di punta di questa seconda edizione: Ben Berlin, filmmaker protagonista della scena post-porno contemporanea i cui lavori scavalcano le convenzioni del genere, e presentano una particolare attenzione per la compartecipazione attiva da parte di tutte le persone coinvolte, nonché un’inclusività comprendente performer trans, lesbiche, gender fluid, non conformi utilizzando il linguaggio del BDSM (alcuni titoli per far lavorare la fantasia: Fisting, Dogfight, Butcher’s Hook). Ben sarà inoltre il protagonista del 48 hour project, che consiste nel girare un lavoro nell’arco di due giorni durante la sua residenza al festival, in giro per Roma. Il prodotto finale verrà proiettato la sera finale del festival.

Non mancheranno eventi collaterali, workshop, performance, talk (dal porno al caso Weinstein) e numerosi ospiti.

Tutto questo avverà nel quartiere Pigneto, diviso tra il 30Formiche e lo Sparwasser, dal 24 al 30 Aprile.

L’Hacker Porn è un progetto totalmente indipendente e autofinanziato, nato dalla stretta collaborazione tra artisti, performer, attivisti e volontari, il cui motto No Gender/No Border (e il suo logo così rassomigliante a un molesto insetto mutante…) ci ricorda come sia non solo possibile, ma necessario, piegare la realtà attraverso i corpi e l’arte, e di come la fluttuante e mai placa anima queer coincida sempre con una precisa posizione politica. Insomma, Fuck the Fascism, per (soc)chiudere il cerchio, forse la cosa più necessaria qui, ora.

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