Halloween Kills, di David Gordon Green

Torna il Michael Myers di Green e Jason Blum, col secondo capitolo di quella che sarà una trilogia: stavolta il cineasta si discosta dal canone per esplicitare la sua visione personale e universale

Come già accaduto per il dittico di Rob Zombie, se il capitolo iniziale ripercorre aggiornandolo passo passo il repertorio del capostipite carpenteriano, la seconda puntata è invece quella in cui si rende evidente l’operazione di rottura, e il processo di personalizzazione autoriale soggiacente. In questo caso, David Gordon Green innerva questa nuova apparizione di Michael Myers (numero due delle tre progettate insieme a James McBride, Jason Blum e con la complicità dello stesso Carpenter, che compone anche qui la soundtrack) dei segni della riflessione politica sulla violenza collettiva e sull’isteria di massa che in una maniera o nell’altra attraversano la sua filmografia, dai tempi di Undertow fino alle sue commedie come Strafumati passando per titoli come Stronger.

Halloween Kills alza indubbiamente l’asticella dell’ambizione concettuale mostrandosi da subito come uno specchio preciso delle condizioni di salute dell’horror contemporaneo: il dialogo con la mitologia carpenteriana è ricercato costantemente come orizzonte fondativo e unico passato possibile a cui poter tornare ancora e ancora per riattraversarlo secondo punti di vista alternativi (in quest’ottica l’incipit che incastra diversi piani temporali tra loro racconta della possibilità combinatoria inesauribile degli sguardi “secondari” che possono ancora muoversi intorno alla scena primaria della notte di Halloween a casa Strode).
Allo stesso tempo, stavolta Green è radicale nella volontà di scardinare la serie dai suoi binari abituali (d’altra parte, come già nel precedente, il cineasta non mostra mai troppa passione nei confronti degli istanti più puramente slasher e gore, sempre un po’ tirati via, quasi annoiati) e di rendere la saga delle donne Strode e delle turbe omicide di Michael quasi accessoria ai fini del racconto imbastito – a mostrare vera sete di sangue sono qui le ronde esagitate auto-organizzate dai cittadini di Haddonfield alla caccia del mostro lungo la notte che segue al rogo con cui si chiudeva lo scorso film (in ossequio all’attacco del sequel dell’81 da cui Green e McBride recuperano pure l’ambientazione ospedaliera).
Una allegoria esplicita del volto più populista e sanguinario d’America, dagli slogan ripetuti in coro alla sfiducia verso la protezione offerta dalle istituzioni (“il sistema ha fallito”) passando dalla frenesia armaiola di portabagagli colmi di pistole e fucili, che Green racconta mostrando folle inferocite scagliarsi contro l’ombra di un sospettato innocente (“non sappiamo che volto abbia senza la maschera”) e lasciando a Jamie Lee Curtis il ruolo del (decisamente insistente e a volte francamente ridondante) commento morale a latere a chiarire ulteriormente l’apologo sul male allo specchio, sulla maschera forzata della civiltà, sul boogeyman che è in noi ecc.

Se il film di Carpenter e relativi sequel della “prima ondata” erano racconti di una lotta individuale o al massimo famigliare contro demoni soprattutto interiori, ora la battaglia infuria tra le comunità abbandonate a se stesse nel dover fronteggiare i propri luoghi oscuri: l’oggetto del potere diventa allora definitivamente la maschera, simbolo da strappare via per guardare negli occhi la vera faccia del mostro. La resa dei conti di fine episodio sottolinea per l’ennesima volta come l’anima seriale del genere non abbia neanche più bisogno di una chiusura apparente dell’unità singola, e insieme rilancia la visione universale e allegorica a cui Green sembra voler piegare la saga.

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2 (1 voto)
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