“Harry Potter e la pietra filosofale” di Chris Columbus

“Harry Potter” sorprende per la precisione dei particolari ma trasmette all’occhio una grande freddezza, limitandosi a voler essere una animazione del libro della Rowling e non un tentativo di coglierne l’anima o, ancor meglio, di reinventarla

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Uscito quattro anni fa silenziosamente nelle librerie inglesi, “Harry Potter” si è trasformato in breve tempo in un caso letterario che ha assunto le dimensioni del fenomeno di costume, arrivando a vendere finora 110 milioni di copie nel mondo. Il segreto del successo è racchiuso nella scaltra penna dell’autrice Joanne K. Rowling, abile nel creare un accattivante meccanismo narrativo per lettori di ogni età in cui si mescolano fantasia, ironia e una spiccata abilità nel tratteggiare sottilmente situazioni e tipi umani. Orfano in tenera età, Harry è un eroe per caso, un predestinato opposto a forze maligne che, seppur calate in un universo fantastico, rappresentano gli ostacoli della vita reale, affrontati dal giovane mago con coraggio e caparbietà, con l’effetto di avvicinare il lettore alla storia e al suo protagonista.
L’appendice cinematografica del libro non sembra però voler tenere in considerazioni queste componenti fondamentali del personaggio; il regista Chris Columbus, navigato autore di prodotti per famiglie, sembra guardare altrove. La strategia filmica da lui attuata è infatti concentrata sull’aspetto esteriore del racconto, sulla cura e l’esattezza della ricostruzione scenografica, sulla capacità di innescare lo stupore dello spettatore servendosi di elaborati effetti visivi e su una scrupolosa ricerca dei volti più somiglianti agli identikit letterari della Rowling. Appagato dall’imponente allestimento dell’opera, Columbus si muove incerto ai margini della storia, osservando con sguardo svogliato i personaggi che si muovono al suo interno. Per appropriarsi della storia Columbus tenta di lasciar riaffiorare ectoplasmi del suo passato di regista/sceneggiatore, inserendo dei folletti che ricordano i Gremlins cattivi, scorci di Londra che rimandano a “Piramide di paura”, un troll che ricorda il povero Sloth dei “Goonies” e, modellando il perfido Draco Malfoy sul corpo del glorioso Culkin di “Mamma ho perso l’aereo”.
Come una veduta di Venezia del Canaletto, questo film sorprende per la precisione dei particolari ma trasmette all’occhio una grande freddezza, limitandosi a voler essere una animazione del libro della Rowling e non un tentativo di coglierne l’anima o, ancor meglio, di reinventarla. La debolezza di Columbus è inoltre sottolineata con magniloquente puntualità dalla colonna sonora di John Williams che conferma la tesi di Bresson su come la musica nel cinema possa diventare lo strumento per mascherare i vuoti narrativi e d’idee. Il senso di insoddisfazione procurato dalla visione del film si lega strettamente all’auspicio che uno dei prossimi sei episodi possa essere (ri)visitato dalla fervida immaginazione di Tim Burton, l’autore/bambino per eccellenza.
HARRY POTTER E LA PIETRA FILOSOFALE
Titolo originale: Harry Potter and the Philosopher’s Stone
Regia: Chris Columbus
Sceneggiatura: Steven Kloves
Fotografia: John Seale
Montaggio: Richard Francis-Bruce
Musica: John Williams
Scenografia: Stuart Craig
Costumi: Judianna Makovsky
Interpreti: Daniel Radcliffe (Harry Potter), Rupert Grint (Ron Weasley), Emma Watson (Hermione Granger), Robbie Coltrane (Rubeus Hagrid), Richard Harris (Albus Silente), Maggie Smith (Professoressa McGrannitt), Alan Rickman (Professor Pitus), Ian Hurt (Raptor), Tom Felton (Draco Malfoy), Richard Griffiths (Vernon Dursley)
Produzione: Todd Arnow, Chris Columbus, Mark Radcliffe per Heyday Films, Warner Bros.
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Durata: 142’
Origine: Usa, 2001

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