Highwaymen – L’ultima imboscata, di John Lee Hancock

1934. Bonnie e Clyde sono la coppia imprendibile che, ad ogni rapina, ad ogni proiettile sparato contro il sistema si fa sempre di più immagine da venerare. Un’immagine che diventa l’incarnazione del desiderio di rivolta e rabbia, fatte di polvere e fame, della pancia di una nazione che, tra le spire di quella crisi, la Grande Depressione, ha visto strapparsi via tutto, anche il suo sogno. E mentre, là fuori, Bonnie e Clyde diventano l’icona di un sabotaggio possibile, all’interno di quelle stanze del potere che hanno sancito il primato della legalità sulla wilderness ed un nuovo corso della storia dove non c’è più posto per la visione anarchica dei Texas Rangers, la monolitica governatrice texana Ma Ferguson richiama dal passato Frank Hamer e Maney Gault, gli stessi cowboy, assassini al soldo del governo per difendere i suoi confini, che aveva deposto.

 

 

 

Finalmente si torna a leggere di cinema (e tutto il resto…) sulla carta!

 

highwaymenÈ popolato da fantasmi il controcampo dell’immaginario di rivolta aperto dalla fuga di Bonnie e Clyde e trasformato da Arthur Penn in quell’imprescindibile, magnifico manifesto che è Gangster Story. Non si tratta solo della presenza fantasmatica della Barrow Gang, con i due amanti criminali inquadrati da John Lee Hancock come figure sempre lontane, sagome sfuggenti e senza alcun connotato, ad eccezione del passo traballante della gamba ferita di Bonnie, riflesse negli sguardi della folla che li venera come fossero stelle del cinema. I fantasmi di questo progetto marchiato Netflix, che accaparrandosi una storia portata in grembo da John Fusco per quasi quattro lustri (con Robert Redford e Paul Newman che avrebbero dovuto vestire i panni dei due Texas Rangers), continua a credere, dopo La ballata di Buster Scruggs o Godless, in una nuova età dell’oro del western, hanno i corpi crepuscolari di Kevin Costner e Woody Harrelson che ritornano dal passato per dare la caccia a Bonnie e a Clyde.
Sono corpi consumati e stanchi quelli dei due Texas Rangers, presenze fuori luogo e fuori tempo, in un Midwest senza più onore né cavalli, ma solo automobili, anche se i sedili sono duri quanto il cuoio di una sella, ad attraversare i campi lunghi del genere. Cowboys fordiani senza più posto, in un paese inaridito che ha tradito il suo spirito, che inseguono i fuorilegge come fossero cavalli selvaggi e che guardano alle “diavolerie” inventate da Hoover come cose per femminucce. In un discorso che Costner si porta sulle spalle da tempo – il Devil Anse della miniserie Hatfields & McCoys, o il folgorante John Hutton di Yellowstone – Frank Hamer e, con lui, Maney Gault, è una presenza che resiste all’estinzione e ritorna dal passato per farsi portatore di quell’immagine di frontiera, unico spazio possibile da cui ripartire per ritrovare la memoria di quel Mito sul quale deve poggiarsi l’idea di Nazione.
highwaymenMa quello intrapreso da Hancock, che con grande mestiere rimane per tutto Highwaymen rigorosamente ancorato ad una visione dall’impianto classico, fatto di appostamenti e attese, non è solo un movimento per celebrare un’ultima, grande impresa di due cavalieri ormai giunti al crepuscolo. I personaggi di Kevin Costner e Woody Harrelson sono maledettamente simili ai protagonisti di Lonesome Dove. Come nel romanzo di Larry McMurtry, Hamer e Gault si portano addosso tutta la struggente ambivalenza, tra umanità e spietatezza, di chi veste un’immagine eroica che si specchia nell’inevitabilità della violenza e della morte. E allora, mentre i fantasmi del passato continuano a visitare il sonno disturbato dei protagonisti, perché quella dei Rangers è una bilancia della giustizia truccata, che pende solo dalla parte di chi spara per primo, e mentre l’inferno è il luogo in cui si continua a bruciare, anche prima di esser morto, Costner e Harrelson danno corpo alla dimensione più umana e fragile dell’epica di una nazione.

 

Titolo originale: The Highwaymen
Regia: John Lee Hancock
Interpreti: Kevin Costner, Woody Harrelson, Kathy Bates, John Carroll Lynch, Kim Dickens
Durata: 132’
Origine: USA, 2019