Il decadentismo fantastico: Big Fish, di Tim Burton

Vedere la propria morte. C’è un’immagine che si fissa sulla retina di Edward quando è ancora  bambino, un’immagine che non si vede ma che muove questo lungo e immenso percorso senza fine. Burton spinge Big Fish alla ricerca della materializzazione di questa immagine, ma per farlo condensa tutto il cuore del suo cinema ritrovando quel lacerante respiro nostalgico dell’America degli anni Cinquanta (come in Edward mani di forbice) attraverso le musiche di Danny Elfman e i cromatismi accesi della fotografia di Philippe Rousselot, materializza in maniera straordinaria quelle forme di decadentismo fantastico in cui c’è una potenza illusionistica che ripercorre gli esperimenti delle origini del cinema di Méliès ma anche quell’acceso sperimentalismo degli esordi di Burton da Frankenweenie a Pee Wee’s Big Adventure in cui, nei movimenti, sembrano essere presenti quelle accelerazioni improvvise proprie del cinema d’animazione. Ci sono case e luoghi abbandonati che riprendono vita (Beetlejuice), streghe, gemelle siamesi coreane, direttori di circo (un grande Danny De Vito con un make-up degno dell’Uomo Pinguino di Batman – Il ritorno), giganti, immersi sempre in quella dimensione dark da cui, rispetto al passato, fuoriescono alla ricerca di una luce più accesa. Ma soprattutto c’è la presenza di spazi sterminati (le foreste), popolati da alberi minacciosi, ragni volanti, corvi aggressivi e soprattutto dell’acqua, vero elemento ricorrente del film, da cui prendono origine i personaggi (l’acqua come forma di nascita) e soprattutto la storia. All’inizio di tutto infatti c’è infatti la storia di un pesce gigante, raccontata spesso da Edward ormai anziano (Albert Finney) in vari momenti dell’esistenza del figlio (Billy Cudrup). Quindi ancora una volta Big Fish (film tratto dal romanzo di Daniel Wallace) come ritorno ossessivo del rapporto tra padre e figlio con quest’ultimo in fuga dalle storie e dal mito del primo. Tutto il contrario di ciò che avviene in altre opere di Burton dove il figlio è legato al suo padre creatore (Edward nei confronti dell’inventore Vincent Price in Edward mani di forbici) o lo cerca in un’altra figura (Ed Wood/Johnny Depp in Bela Lugosi/Martin Landau in Ed Wood). In queste fasi, Big Fish scivola gradualmente verso le forme di un melodramma domestico, dove i colori di Rousselot sembrano gli stessi di Metty nei film di Douglas Sirk, dove quella scissione iniziale tra realtà e immaginazione tende progressivamente a diventare sempre meno netta fono a confondere le due componenti. Ci sono storie di vita e seduzioni laceranti dentro questo percorso dai toni epici ma anche di un’umanità sconvolgente, c’è tutto il pudore e l’amore di Burton verso i propri personaggi e verso un cinema che esalta anche il clima degli spazi che inquadra (l’America del Sud), in cui da una parte si guarda verso il Fellini più estremo ma dall’altra anche nelle zone del Lynch più mélo (The Elephant Man).

Big Fish rinnova e potenzia il cinema di Burton in maniera decisiva. Dentro quel percorso di Edward giovane (interpretato da Ewan McGregor), c’è quell’aspirazione alla grandiosità sia scenica, dove il set non sembra avere più limiti, sia a livello di gigantismo corporeo (lo stesso Edward che da piccolo cresce troppo in fretta), sia a livello narrativo, dove le storie raccontate sono tutte “troppo grandi”, popolate da personaggi “troppo grandi”rispetto alla realtà. Big Fish è per Tim Burton quello che è stato Forrest Gump per Robert Zemeckis: una sfida continua di un personaggio che rompe ogni barriera spaziale e temporale (il suo attraversamento dell’America dagli anni Cinquanta, quasi una sorta di intimo road-movie). Resta una carica emozionale tenuta sempresu livelli altissimi, come in quel puano-sequenza del finale sul funerale di Edward. Film di nascita e di morte, Big Fish, anche se si ha l’impressione che questi personaggi restino eterni perché immortalati nelle storie che li ha resi protagonisti, perché si ha l’impressione che si possano ancora reincarnare in altri corpi o in altre forme di vita o ancora in un cinema tra i più riconoscibili del cinema statunitense degli ultimi vent’anni. Dopo la morte, ancora la nascita. All’inizio c’era un pesce…

Titolo originale: Big Fish
Regia: Tim Burton
Sceneggiatura: John August dal romanzo di Daniel Wallace
Fotografia: Philippe Rousselot
Montaggio: Chris Lebenzon
Musica: Danny Elfman
Scenografia: Dennis Gassner
Costumi: Colleen Atwood
Interpreti: Ewan McGregor (Ed Bloom giovane), Albert Finney (Ed Bloom anziano), Billy Crudup (Will Bloom), Jessica Lange (Sandra Bloom anziana), Alison Lohman (Sandra Bloom giovane), Helena Bonham Carter (Jenny giovane/Jenny anziana/la strega), Marion Cotillard (Josephine), Robert Guillaume (Dr. Bennett), Matthew McGrory (Karl il Gigante), Ada Tai (Ping), Arlene Tai (Jing), Steve Buscemi (Norther Winslow), Danny De Vito (Amos Calloway)
Produzione: Richard D. Zanuck, Bruce Cohen, Dan Jinks per Jinks/Cohen Company-Zanuck Company
Distribuzione: Columbia Tristar Films Italia
Durata: 125′
Origine: Italia, 2003