Il mio amico in fondo al mare, di Pippa Ehrlich e James Reed

L’incontro impossibile in fondo all’oceano tra un filmmaker sudafricano e un polpo. Documentario Netflix candidato all’Oscar, quasi un Aliens of the deep cameroniano (“il polpo è come un alieno”)

Chissà cosa pensa James Cameron di questo documentario girato nei fondali marini della kelp forest in Sud Africa, vicino Cape Town. “Molti dicono che un polpo è come un alieno” dice all’inizio il filmmaker naturalista Craig Foster.  Di fatto My Octopus Teacher è davvero la cronaca del suo incontro ravvicinato del terzo tipo con un polpo, dentro l’ignoto spazio profondo dell’Oceano e il titolo originale è ovviamente migliore rispetto a quello italiano, perché sottolinea il livello etico e formativo dell’esperienza: il polpo per il protagonista non è semplicemente un “amico” ma un “maestro”, qualcuno da cui imparare e attraverso cui tornare ad alimentare il proprio spirito e il contatto con la natura/vita. My Octopus Teacher sembra allora proprio una di quelle opere di stampo cameroniano e qui non ci riferiamo tanto ai suoi capolavori di fiction quanto al documentario Aliens of the Deep, girato da Cameron nel 2005 in 3D, con cui quest’altro doc firmato Netflix, candidato all’Oscar  e già vincitore del PGA, sembra davvero instaurare un dialogo a distanza. 

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Nel 2010 al termine di un momento di crisi personale e spirituale Foster decide di immergersi nell’Oceano Atlantico della costa sudafricana e documentare le sue escursioni nel mondo sottomarino. Incontra un polpo. Giorno 1. Giorno 2. Giorno 3. Per circa un anno l’uomo entra in contatto con il mollusco. Lo filma. Lo contempla. Lo accompagna nelle scorribande marine. Nei suoi pasti, nei suoi giochi, nelle sue fughe dagli squali, nei processi di guarigione. Fino alla fine. Fino alla sua morte biologica. La bellezza delle riprese sottomarine, alternate ai rallenti dell’uomo che esce dall’acqua o ai droni del paesaggio conferiscono un’estetica di facile esportabilità e immediatezza sensoriale. Poi c’è il lavoro di costruzione e la voice over di Foster, intervistato dai due autori Ehrlich e Reed, che commenta le immagini. A fronte di un soggetto drammaturgicamente impossibile, a emergere più di tutto in questo documentario dall’innegabile perizia tecnica non è la dispersione ma proprio l’intelligibilità, la scrittura, l’incedere narrativo, con la divisione in tre atti e il climax finale. 

Per uscire da questo controllo emotivo e formale – dieci anni di post produzione sono tanti – è allora cruciale soffermarsi sulla verità dei singoli segmenti, sul “miracolo” poetico dell’evento in sè. Un miracolo a cui è necessariamente concessa solo la voce e la tecnica dell’uomo. Cosa rimane del mistero dell’incontro con l’Altro? La voce dell’Altro? L’Altro (il polpo) vive e muore davanti ai nostri occhi e a quelli della videocamera. Ci regala la possibilità di una bellezza aliena senza computer grafica. E in alcuni momenti sembra persino usare consapevolmente l’immagine e il mezzo tecnico di ripresa per esibirsi, diventare regista di sè, filmarsi direttore d’orchestra davanti a un branco di pesci. È un trasfert che ci indica, magari solo per un attimo, l’alternativa di un altro sguardo. E l’eventualità, in noi che guardiamo e nel protagonista che guarda, vive e filma l’incontro, di un dolore nuovo, differente.

Titolo originale: My Octopus Teacher
Regia: Pippa Ehrlich e James Reed
Interpreti: Craig Foster, Tom Foster
Distribuzione: Netflix
Durata: 85′
Origine: Sudafrica, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.33 (3 voti)
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