"Il mondo di Arthur Newman", di Dante Ariola

E' impossibile fare un film su qualcuno che si rimette in gioco senza essere pronti a rischiare qualcosa. Questo è l'errore più grande de Il mondo di Arthur Newman: la storia coltiva delle ambizioni ma non ha il coraggio necessario per portarle avanti. La decisione di evitare i rischi non porta mai da nessuna parte: un traguardo che è accettabile soltanto se le pretese vengono messe da parte. L'esordiente Dante Ariola viene dalla pubblicità e per il suo debutto ha scelto un copione della rediviva Becky Johnston: la sceneggiatrice aveva avvicinato l'Oscar ai tempi de Il principe delle maree di Barbra Streisand. Il regista ha pensato che la presenza di Colin Firth e di Emily Blunt fosse sufficiente per sostenere le sue ambizioni: la debolezza dei due personaggi produce l'effetto contrario. Lo spessore delle loro interpretazioni è eccessivo rispetto alla consistenza delle intenzioni del film. Lo spunto di partenza avrebbe retto a malapena l'evoluzione di una commedia sentimentale ma il regista sceglie la strada melodrammatica della crisi di identità. I due si ritrovano accidentalmente mentre stanno cercando di fuggire dal fallimento della loro esistenza. La loro voglia di evasione si concretizza in un aleatorio desiderio di un'altra possibilità: l'unica scappatoia che gli è rimasta consiste nel sostituirsi alle persone e occupare momentaneamente i loro spazi. I protagonisti entrano nelle case di individui sconosciuti, si mettono i loro vestiti e usano i loro letti per consumare una relazione che esiste solo nello spazio temporaneo di una vita alternativa e immaginata. L'unica intuizione è ripetuta troppo a lungo: una reiterazione che scopre una deprecabile mancanza di opzioni. Il mondo di Arthur Newman ha il modello di Qualcosa di travolgente di Jonathan Demme ma non ha la stessa passionalità: lo stile di Dante Ariola è troppo laccato per partecipare al senso di soffocamento dei suoi eroi. La frustrazione del gioco della sostituzione si diluisce nel lavoro psicologico ma il film perde di vista la questione dell'equilibrio: la centralità di Colin Firth rispetto ad Emily Blunt è la manifesta ammissione di un mancato aggiornamento. La componente maschile è ancora la più responsabile e quella su cui fare affidamento per il ritorno all'ordine: un luogo comune che è stato superato da tempo anche ad Hollywood. Il film non permette mai allo spettatore di condividere la disperazione dei personaggi e questa mancanza di empatia è la crepa davanti a cui cade tutta la sua missione. Colin Firth e Emily Blunt ci mettono il mestiere ma non trovano mai un'affinità: il loro viaggio di formazione è poco più che una corretta partnership professionale. Una fredda collaborazione che aumenta la sensazione che il film non sia altro che un esercizio di manierismo che si tiene lontano da qualsiasi slancio di audacia.

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Titolo originale: Arthur Newman

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Regia: Dante Ariola

Interpreti: Colin Firth, Emily Blunt, Anne Heche, Lucas Hedges, Kristin Lehman, Sterling Beaumon, David Andrews, Peter Jurasik

Origine: USA, 2012

Distribuzione: Videa

Durata: 101'