"Il ritorno del re", di Peter Jackson

"Ogni cosa ha una sua fine". Anche Il Signore degli Anelli, nonostante sulla carta sembri interminabile e sullo schermo finisca per durare quasi dieci ore. Chi ha partecipato agli happening nei multiplex, con i tre film di Peter Jackson proiettati in successione, giura di non essersi distratto mai neppure un secondo. Il Ritorno del Re chiude dunque la trilogia, ricominciando da dove eravamo rimasti nel precedente Le Due Torri, con Frodo, Sam e il viscido Gollum in viaggio verso Mordor per bruciare il malefico Anello; il resto della compagnia impegnato su più fronti tra la città assediata di Minas Tirith e Gondor, futuro regno unito degli uomini sotto l'egida di un sovrano, Aragorn. A dire la verità c'è anche un prologo-prequel con l'hobbit Smeagol che uccide un amico per rubargli l'Anello, prima di mutare nel deforme Gollum. È un'altra storia, e Jackson ha già detto di volerla raccontare, tra qualche anno, filmando il libro di Tolkien che precede la trilogia, Lo Hobbit.


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Con Il Ritorno del Re si conferma il carattere epocale dell'operazione. Il Signore degli Anelli è il primo kolossal del nuovo millennio, segna una frattura netta con il cinema spettacolare del passato, quello originato alla fine degli anni '70 dalla saga di Guerre Stellari. Attraverso gli effetti speciali della Weta FX – laboratorio neozelandese di cui il regista è socio e che ha fatto diventare l'Industrial Light & Magic di George Lucas archeologia – la plasticità del cinema live (quello di scenari, corpi, costumi e trucchi veri) si fonde senza soluzione di continuità con il digitale. Lo stupore non è più nella "pirotecnia" dell'effetto speciale tradizionale: è invece discreta, rientra in quell'illusione di realtà che è specifico del cinema. Peter Jackson con Il Signore degli Anelli inventa una sorta di realismo magico, o di magia realistica: un immaginario desunto (da Tolkien) ma rielaborato secondo la tecnologia, che rende possibile l'interazione tra uomini e hobbit, elfi e nazgul alati, olifanti e barbalberi (anche se questi ultimi sembrano creati da Ray Harryhausen). Da questo punto di vista la trilogia è un vero evento.

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Del terzo episodio, però, deludono un paio di scelte squisitamente narrative. La prima: il film è troppo lungo (201 minuti). Si dirà che anche il libro lo è, ma non è una giustificazione. Erano necessarie tutte quelle scene di "raccordo" prima che inizi la battaglia? E i cinque-sei finali così dilatati? Una spiegazione c'è: il moloch cinematografico ha avuto su Jackson lo stesso influsso dell'Anello su Frodo: difficilissimo mollarlo. Umanamente e artisticamente è comprensibile, ma a noi spettatori, anche se appassionati, la durata ha interrotto più di un'emozione. La seconda discutibile scelta è quella di aver del tutto eliminato la figura di Saruman, il mago cattivo interpretato da Christopher Lee, del quale, dopo Le Due Torri, non è dato più sapere nulla. Se fosse una decisione solo creativa del Jackson sceneggiatore non avremmo nulla da dire. Sembra però che le scene con Lee siano state effettivamente girate e saranno inserite nel dvd. La domanda sorge spontanea: qual è, allora, il vero Signore degli Anelli? Quello che si vede al cinema o quello che si vedrà in Tv? Se di un film non esiste una sola versione, l'"unicità dell'opera", con le sue implicazioni estetiche, non rischia di andare a farsi benedire?

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