"Il subire e il patire": "The Jacket", di John Maybury

Ossessionato dalla presenza invisibile di “Vertigo”, il film di Maybury cerca di tenere in equilibrio la visione e l'ordine, la deriva del desiderio e la ricerca di senso, mostrando corpi che diventano terminali, luoghi in cui si accentrano visioni in grado di salvare. I soggetti, i corpi, in “The Jacket” sembrano infatti essere scelti..

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In Immemory, uno dei progetti più personali di Chris Marker, il regista francese ricorda  alcuni dei film che hanno segnato la sua vita; tra questi c'è La donna che visse due volte, film-vertigine (vertigo, appunto): vertigine della follia e del desiderio dice Marker, della volontà di vivere una seconda opportunità, una seconda vita ("you are my second chance!": grida James Stewart a Kim Novak). In questa chiave, il film di Hitchcok è una sorta di presenza invisibile che agisce come un'ispirazione costante in The Jacket di John Maybury, anch'esso in fondo incentrato sul margine possibile tra tempo e follia, tra viaggio mentale e delirio. Maybury ancora una volta sceglie un corpo – come già fu per Francis Bacon in Love is the Devil – e lo trasforma in terminale di visioni. Terminale, come zona ultima e, pensandoci bene, passiva della visione. I soggetti, i corpi, in Maybury sembrano infatti essere scelti, anziché scegliere, essere agiti anziché agire. Attraverso di loro passano contemporaneamente il desiderio e la sua mancanza, la spinta vitale e la volontà di morte. La scelta di Adrien Brody come protagonista non è casuale: l'attore americano è ormai l'interprete per eccellenza di personaggi condannati alla visione più che all'azione, personaggi che vedono senza essere visti o che sono visti per quello che non sono. Se nel pianista di Polanski il corpo e lo sguardo di Szpilman sono attraversati dagli eventi inenarrabili della Storia, in The Village, le azioni di Noah Percy sono totalmente slegate dalla consapevolezza delle conseguenze, come Ritchie in Summer of Sam, che non facendo nulla attira su di sé i sospetti della comunità. Brody (Jack nel film) in tutta la prima parte di The Jacket subisce, assorbe e viene trasformato dalle azioni e dalle parole degli altri, dal bambino iracheno che gli spara alla testa, al pregiudicato che lo lascia sull'asfalto facendolo accusare dell'assassinio di un poliziotto, ai giudici che lo ritengono incapace di intendere e di volere fino al dottor Baker, che lo usa come cavia per i suoi esperimenti. Jack subisce, ostinatamente e senza vittimismi, ulteriore declinazione di quel soggetto passivo, uomo senza più capacità di agire nel mondo che Brody incarna da tempo nel cinema contemporaneo; ma nei momenti in cui viene infilato nel cubicolo buio, Jack inizia a "vedere", inizia cioè ad avere delle visioni che riguardano il suo futuro, visioni "reali", esperienze vissute, in cui incontra una donna di cui si innamorerà (che altri non è se non la ragazzina incontrata pochi mesi prima di finire nel manicomio criminale).

Jack, in altre parole, vede e vive anticipatamente il suo futuro: "vedere" significa qui allora "agire", comprendere che gli atti sono modificabili dal presente. Jack sa di dover morire, e allora agisce presto. Parla a chi può ancora cambiare la sua vita e renderla migliore di quello che è, per poi scoprire (in un'altra visione del futuro) che le sue parole hanno avuto effetto. Jack risolve, aggiusta le cose lasciandosi morire, tornando cioè ad essere il soggetto passivo di partenza, l'uomo già morto, già privo di pulsioni di vita, dal momento che la memoria – dopo la ferita alla testa riportata in Vietnam, Jack ha perso la memoria – è qui il ricettacolo della coscienza. Jack ha avuto la sua "second chance" (forse solo immaginata nel delirio della follia, nella solitudine del cubicolo in cui era rinchiuso ogni notte nello scantinato del manicomio criminale), ma giunti come siamo alla fine del film, scopriamo adesso di esserci allontanati molto da Hitchcock, dal nostro punto di partenza, dalla vertigine di una donna che deve rivivere una seconda volta, sotto lo sguardo di un uomo folle di desiderio. Laddove James Stewart, gridando il suo desiderio di far rivivere una donna morta, esprimeva tutta la volontà di un soggetto che trasforma il mondo, a spese di un soggetto che si lascia trasformare (Kim Novak), in The Jacket il soggetto è al contempo agito ed agente, come se Brody-Jack fondesse in sé i ruoli di Judy e di Scotty nel film di Hitchcock. Maybury sintetizza così ciò che non può essere in fondo sintetizzato: ciò che rimane del desiderio è la sua carica infinita, che non si spegne qualora sia anche soddisfatto temporaneamente (in fondo Scotty va incontro allo scacco, alla disperazione del fallimento), ma in The Jacket si ha l'impressione che la regia abbia timore di ogni apertura eccessiva, di ogni riconoscimento del potere scardinante della visione, ciò che importa è la risoluzione di ciò che è rimasto fuori dai cardini, delle esistenze alla deriva di Jackie e Jean, che Jack riporta sulla retta via (non importa a questo punto sapere se ciò che avviene è reale o meno). È un cinema che cerca di riappropriarsi di un senso pur riconoscendo che il senso sfugge alla comprensione, e forse per questo risponde ad una domanda che circola invisibile nel cinema americano contemporaneo, una richiesta di ordine, di nuova organizzazione del caos.

Titolo originale: id.


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TRIESTE SCIENCE+FICTION FESTIVAL


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Regia: John Maybury


Interpreti: Adrien Brody, Keira Knightley, Kris Kristofferson, Jennifer Jason Leigh, Daniel Craig


Distribuzione: IIF


Durata: 102'

Origine: USA, 2004

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