Inverno, il corto vincitore dei David di Donatello 2020

“Gli adulti spesso commettono l’errore di sottovalutare i bambini. Non li considerano capaci di comprendere le ‘cose dei grandi’. Confondono i loro silenzi. Ma la verità è che i bambini percepiscono tutto, soffrono dentro, e arrivano a sentirsi invisibili agli occhi dei grandi perché i loro bisogni emotivi vengono ignorati. La conseguenza è che troppo spesso non riescono ad elaborare gli episodi traumatici della loro vita, perché da soli non hanno gli strumenti per farlo, e per tutta la vita ne porteranno con sé le conseguenze. Fare questo film è stato un modo per me di elaborare, forse per la prima volta, questa dolorosa perdita e, allo stesso tempo, esprimere il mio desiderio di condividerla con chi ha purtroppo vissuto un’esperienza analoga alla mia”.

Così il regista Giulio Mastromauro ha raccontato Inverno, il suo nuovo corto che gli ha portato una meritata vittoria ai David di Donatello 2020 e che rappresenterà l’Italia nella prossima edizione dei premi Oscar.

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Racconto – in parte – autobiografico di una perdita, ci immerge in un quarto d’ora nel punto di vista di Timo, membro più giovane di una famiglia di giostrai greci. La vita del piccolo Timo (Christian Petraroscia) si divide fra la sua roulotte e le giostre, di cui anche in un momento di chiusura la sua famiglia cura la manutenzione. Sulla famiglia pesa il macigno di una malattia, quella della madre del piccolo protagonista, che non dà speranze e lascia tutti in un limbo di immobilità e sospensione.

Tutto è sospeso, nel maledetto inverno, e Timo si muove in un ambiente che somiglia ai personaggi che lo abitano, tra i quali spicca il Babak Karimi dei film di Farhadi, ed Elisabetta De Vito. Dove dovrebbero risiedere gioia e sorrisi, c’è invece un acuto senso di mancanza, di freddo, di desolazione. Un luna park in pieno inverno, vuoto, dove le giostre spente non sono altro che inermi meccanismi dormienti. Dove i sorrisi dei pupazzi suonano come un beffa amara davanti al lutto.

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Eppure gli sguardi acuti di Timo, che la regia di Mastromauro ci restituisce con grazia, sono carichi di curiosità, di vivacità. Timo dà una grande lezione agli adulti, chiusi nell’immobilità del dolore  e incapaci di dare le risposte che cerca o di curare il suo senso di perdita: dalla sofferenza si può in qualche modo ripartire, come una giostra ferma nell’immobilità dell’inverno può di nuovo mettersi in moto.

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2 commenti

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    Basta mettere un bimbo piccolo, meglio se povero, all’interno della storia e i premi pioveranno. Se poi da contorno c’è la mestizia della malattia allora anche le giurie più “qualificate” si convinceranno che quello è il film migliore. Pazienza, poi, se la forma è intercambiabile con quella di chiunque altro e il linguaggio vecchio di 120 anni.

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    Basta mettere un bambino, meglio se povero, un po’ di corollario di mestizie assortite (malattia, guerra ecc) e i premi pioveranno. Poco importa se il contenuto è insignificante e lo stile vecchio di 130 anni, interscambiabile con quello di chiunque altro.

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