"Invincibile", di Werner Herzog

invincibileUn film ingiustamente sottovalutato. Invincibile, uno dei rari testi, in tempi recenti, di Werner Herzog di pura finzione, dentro la quale comporre sconfinamenti e avventurose deviazioni di percorso, esce in Italia sette anni dopo la presentazione alla Mostra di Venezia del 2001. Visione imperdibile. Un film che guarda, si specchia, fugge, ponendosi come una sorta di struggente memoria herzoghiana messa in funzione in maniera quasi automatica, accesa da uno sguardo dolce e crudele capace di lampi ipnotici, estasi assolute. Perché, ancora e sempre in Herzog, “la verità è in ciò che non si vede” e Invincibile un ulteriore, inquietante inabissamento negli strati più oscuri della visione e del potere.

Racconta, Invincibile, storie di personaggi freak che diventano esemplari e commoventi compagni di viaggio dei tanti che li hanno preceduti nel corso della filmografia herzoghiana. Che stavolta abitano gli anni Trenta, fra la Polonia e la Berlino di Weimar, il nazismo e la repressione degli ebrei (per Jean-Luc Godard Invincibile è un film fondamentale sulla cultura ebraica). Ma Invincibile si biforca in molteplici direzioni, è film in costume, più nel senso di peplum, di genere mitologico-circense, che di sola ricostruzione storico-biografica di un periodo, viaggia negli spazi del cinema di genere, dentro i quali rimettere in gioco la pesantezza e la leggerezza, l’estasi e il dolore, il peso della mente e del corpo. Elementi in costante lotta, come il cinema di Herzog che si dibatte con/tro le leggi di gravità, immensamente piantato nella terra e librato nell’estasi più impalpabile. Trovando nel personaggio principale, il fabbro ebreo Zishe Breitbart (l’atleta finlandese Jouko Ahola, campione europeo e mondiale di pesi, alla sua prima esperienza filmica, che ricorda anche il Roddy Piper campione di wrestling scelto da John Carpenter per Essi vivono), il corpo perfetto per contenere gli elementi appena ricordati. Zishe vive in un villaggio polacco e possiede una forza fisica incredibile che contrasta con il suo volto placido, versione soft degli occhi e del viso di Bruno S., l’indimenticabile corpo-attore di La ballata di Stroszek. È Zishe, fin da subito, una presenza adatta al peplum e al sogno, corpo contundente e lieve che appartiene a un altro mondo, quello delle favole, evocato in parole e immagini.

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Dalla prima scena al mercato (segnata dai movimenti circolari di una macchina da presa che plasma uno spazio e i corpi in transito proprio come gli artigiani locali fanno con le loro attività quotidiane, dal forgiare metalli al far colare un liquido denso da un mestolo, lasciandolo per un attimo sospeso nell’aria) all’inserto finale di sogno (in cui Benjamin, il fratello piccolo di Zishe, viene lanciato nell’aria, teso nell’utopia e nella concretezza del volo), Invincibile teorizza e pratica, in ogni inquadratura, la necessità di spingersi oltre, in un continuo, instancabile lavorio di movimenti bloccati, gesti sospesi, sguardi in trance che producono menzogna e illusione (il veggente filonazista Hanussen, interpretato da Tim Roth, che domina con i suoi spettacoli truccati nel Palazzo-Teatro dell’Occulto) o, altrettanto semplicemente, corpi da camuffare in fenomeni da baraccone in modo ridicolo (quello di Zishe in forzuta creatura ariana).

A Herzog interessa soprattutto questo scontro di menti e corpi, di vero e di falso, attuato nel luogo simbolico dell’illusione e della magia, un teatro-circo berlinese, frequentato dall’alta società e dai vertici hitleriani, dove ogni sera Hanussen celebra il suo delirio di onnipotenza e le sue molteplici identità, immerso in un buio che domina il palcoscenico e la stanza segreta, dove si tengono le sedute, circondata da un acquario che diventa ulteriore, prezioso elemento per aprire finestre verso altre dimensioni.

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In un film popolato di inserti-sogni (i granchi rossi che invadono l’inquadratura rimandano a Echi da un regno oscuro e ai topi di Nosferatu. “È vero, a volte le immagini mi seguono di film in film. Eravamo sulla Christmas Island, a nord-ovest dell’Australia, avevo visto quell’immagine una volta e aveva una qualità così misteriosa, una forza così grande che decisi di servirmene sia all’inizio di Echi da un regno oscuro sia alla fine di Invincibile… Milioni e milioni di granchi rossi che uscivano dalla foresta, era impossibile camminare senza calpestarli”, racconta Werner Herzog a Grazia Paganelli nella lunga, illuminante conversazione pubblicata nel volume Segni di vita – Werner Herzog e il cinema).

In un film dove l’esperienza più intima che va oltre la finzione e il documentario si manifesta come strato segreto da incontrare nelle pieghe del racconto. Perché, ancora una volta, quell’immagine e quelle parole mai filmate, descritte in Sentieri nel ghiaccio, dell’incontro fra il regista e Lotte Eisner a Parigi, nella stanza d’ospedale dove era ricoverata quella che Herzog definisce “l’ultima memoria vivente del cinema”, riaffiorano potenti e sensibili nel finale di Invincibile, nel volo di Benjamin osservato da Zishe, dal suo letto di malattia (e in questo caso di morte).

Film, infine, dove Zishe è tras-portato in uno spazio e in un tempo che gli sono estranei, e da quel luogo di pura finzione prenderà corpo la sua decisione di sfidare i potenti del regime e il folle Hanussen, tipico personaggio herzoghiano che sogna di fondare un Ministero dell’Occulto, così come Fitzcarraldo stra-vedeva per portare l’opera e Caruso nella foresta amazzonica (non casualmente, Hanussen si spaccia anche per il famoso cantante lirico).

Sette anni dopo, (ri)ecco Invincibile, mentre Herzog sta per girare il remake de Il cattivo tenente di Abel Ferrara e del suo magnifico Rescue Dawn, produttivamente problematico, del 2006, con Christian Bale, in Italia non c’è ancora traccia…

 

Titolo originale: id.

Regia: Werner Herzog

Interpreti: Jouko Ahola, Tim Roth, Anna Gourari, Max Raabe

Distribuzione: Ripley’s Film

Durata: 128’

Origine: Germania/Gran Bretagna/Irlanda/Usa, 2001