It, di Andy Muschietti

Il nuovo adattamento di It di Stephen King offre diversi argomenti di dibattito anche se c’è una considerazione che vale la pena affrontare da subito. Il tv-movie di Tommy Lee Wallace si avvicinava al romanzo con il tipico approccio di chi si appoggia alla fama di un best-seller. Gli archetipi della letteratura kinghiana non erano ancora stati distillati al punto da costruire un immaginario cinematografico autonomo. La nuova versione di Andy Muschietti è una riflessione sul rapporto di reciproca contaminazione tra il suo universo creativo e il grande schermo. Un legame che la celebre interpretazione di Tim Curry nei panni di Pennywise ha contribuito a rinforzare. Il film non ha solo il problema di sintetizzare un volume di più di mille pagine in due capitoli da quattro ore complessive. Lo script deve anche confrontarsi con il suo mito e con l’hype che ne ha accompagnato la lavorazione e la distribuzione. È impossibile relazionarsi a It e al suo straordinario trionfo di pubblico senza accostarlo all’analogo fenomeno mondiale di Stranger Things. Una somiglianza che può essere spiegata con la comune collocazione temporale solo a patto che non sia solo una questione di ambientazione fisica. La novità principale di It rispetto al romanzo e al precedente teleplay per la ABC è lo spostamento della storia rispetto al contesto originale dei fifties. Il salto in avanti è necessario perché gli eighties sono uno spazio del ricordo in cui la narrativa di Stephen King emerge come un elemento fondativo di una memoria generazionale. Nessuno scrittore del dopoguerra ha interpretato il passaggio dall’infanzia all’adolescenza con più enfasi di Stephen King. La serie di Netflix ha dimostrato che Stand By Me di Rob Reiner è diventato un modello di riferimento sul tema dei film di formazione. La migliore qualità di It è quella di intercettare non solo il senso di nostalgia del racconto ma anche di integrarlo in una più ampia reunion emotiva con il pubblico.

Il film realizza una sovrapposizione tra due epoche diverse che si sono felicemente stratificate tra di loro. Il tempo in cui l’autore rievoca i propri traumi di bambino si somma a quello dello spettatore che le ha lette. La scena più riuscita di It è quella in cui i giovani protagonisti vanno a nuotare. È uno dei pochi pomeriggi d’estate che passano senza pensare alle visioni e ai lutti che li perseguitano. È allora che Beverly fa il suo primo ingresso nel club dei perdenti nel bel mezzo di una gara di sputi. Andy Muschietti riesce a far convivere il senso di solidarietà infantile con le prime ingenue attrazioni sessuali. Il gioco innocente nell’acqua si confonde inevitabilmente con gli sguardi rubati alle forme accennate della loro nuova amica. È un istante puramente kinghiano che dichiara un’adesione empatica che va oltre la fedeltà o il tradimento della narrazione. La tecnologia ha consentito alla sceneggiatura di Cary Fukunaga e alla sua riscrittura di Gary Daunerman di rispettare la natura mutaforma della creatura malefica che si ciba di Derry. La sua caratteristica di presentarsi come la paura peggiore delle sue giovani vittime autorizza anche una seconda forma di aggiornamento. Il film tratta laIt_09162016_Day 57_16230.dng precedente iconografia di Pennywise come se fosse acquisita e fosse uno dei tormenti della fantasia dei ragazzini. I mostri del libro erano prestati dal cinema e dal campionario dei classici della Universal e della Hammer che imperversavano nei matinee. Alcuni personaggi vivono il loro incontro con It in modo conforme all’immaginazione di Stephen King. Tuttavia, per altri sono state necessarie delle libertà significative che richiamano un repertorio più contemporaneo. Nei fifties, Richie scappava da un lupo mannaro mentre adesso è terrorizzato dai pagliacci. In una scena si ritrova in una stanza piena di puppet che hanno le sembianze dei clown e uno di loro è identico a Tim Curry.

L’omaggio rientra in una più ampia revisione del boogey-man che non toglie nulla all’apprezzabile tentativo di Bill Skarsgård di dargli una nuova fisionomia. Pennywise e il suo modo di spaventare le sue prede devono molto al sadico senso dell’umorismo e del contrappasso di Freddy Krueger. Le sue intromissioni nella televisione in un programma educativo in cui spiega ai bambini come è bello galleggiare nelle fogne sono un gradito tocco craveniano. Il film mette in campo un altro caposaldo dello slasher al punto che nel cinema di Derry campeggia il manifesto di Nightmare 5 – The Dream Child di Stephen Hopkins. La complicità del revival con lo spettatore aiuta molto il lavoro di Andy Muschietti e la messa in scena è agevolata ancora di più dalla perfetta sintonia tra gli attori. La scelta di rinunciare al finale con i proiettili d’argento potrebbe far storcere il naso perché tradisce la cieca fiducia dello scrittore nel potere salvifico della magia. Tuttavia, la spiegazione della proprietà purificatrice del metallo sarebbe stata incongrua come una corona d’aglio. Le attese sul rispetto del libro si sono concentrate soprattutto sul suo coraggio nel mostrare i suoi aspetti più scomodi. In particolare, gli abusi domestici che Beverly subisce dal padre e la crudeltà innata di Derry verso le minoranze. Una ricerca focalizzata solo sul contenuto potrebbe lasciare una punta di insoddisfazione tra i puristi. Il film di Andy Muschietti ha capito sin dall’inizio di non poter rendere giustizia ad ogni pagina e si è dedicato soprattutto allo spirito. Dietro ogni parola scritta da Stephen King c’è sempre l’immagine di un bambino che tiene in mano un fumetto della EC Comics. La più grande intuizione di It è stata quella di capire che dietro ogni spettatore c’è qualcuno che rimpiange l’estate in cui ha avuto il romanzo tra le mani. In qualche modo, chi esce dal cinema ha come l’impressione che il film sia riuscito a fargliela rivivere.

 

Titolo originale: id


Regia: Andy Muschietti
Interpreti: Jaeden Lieberher, Bill Skarsgård, Wyatt Olef, Jeremy Ray, Sophia Lillis, Finn Wolfhard, Jack Dylan Glazer, Chosen Jacobs
Origine: USA, 2017
Distribuzione: Warner Bros.
Durata: 135′