Kill Me If You Can, di Alex Infascelli

Perfetto controcampo de Io sono Francesco Totti, una solida riflessione su verità, cinema e autofiction tutta “oltre” l’immagine. Quasi un film di Friedkin diretto da Monicelli. Special Screenings.

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È un altro character study, questo Kill Me If You Can di Infascelli, che dopo la vita del Pupone, stavolta pone al centro del racconto la rocambolesca storia di Raffaele Minichiello, nato in Irpinia alla fine degli anni ’40, emigrato negli Stati Uniti poco dopo e poi marine volontario per combattere in Vietnam. Ma soprattutto autore di un folle dirottamento aereo avvenuto nell’ottobre del ’69, quando costrinse un volo TWA ad attraversare l’Atlantico e atterrare a Roma. Le coordinate sono, in effetti, le stesse eppure Kill Me If You Can pare davvero il controcampo Mi chiamo Francesco Totti. È tutta una questione di sguardi, in fondo.

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Se il doc “in soggettiva” sul capitano della Roma rifletteva sul potenziale “mediatizzabile” della sua vita, su quanto lui stesso fosse consapevole di essere immagine, qui si gioca a carte scoperte. Perché la vita di Minichiello è già cinema, è già Stranger Than Fiction, ma soprattutto perché lui per primo sceglie di non distinguere tra realtà e finzione. Trucca i dati, amplifica la spettacolarità delle sue azioni, trattiene informazioni essenziali della sua vita. Ma lo ha ben presente anche Infascelli, a tal punto che la vita del suo eroe è ben divisa in due lunghi atti separati dal classico, finto, intervallo cinematografico. A lui non rimane, dunque, che portare alla luce le immagini del personale film di Minichiello, riflettere su di esse ma, soprattutto, sugli affascinanti paradossi nate dal loro dialogo.

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Il punto di partenza è tutto ideologico, ben fermo nel racconto del duello tra due tipi di pragmatismo: quello aggressivo, totalizzante americano e quello nutrito di spirito di sopravvivenza italiano. Ma le immagini non possono che caricarsi di questo confronto asimettrico, come racconta già benissimo il prologo, apertamente debitore del passo del ‘true crime’ Netflix che tuttavia quando la parola passa a Menichiello sbanda e diventa tutt’altro. Nel primo atto, Kill Me If You Can è in effetti un clamoroso, velocissimo oggetto narrativo tra la New Hollywood e la commedia all’Italiana, con protagonista un “bravo paisà” che vuole scappare dall’America ma prima va a vedere al cinema Per un pugno di dollari, dirotta un aereo ma lascia il fucile incustodito per andare al bagno, e flirta con la hostess mentre l’FBI lo cerca senza tregua a terra. Come se Monicelli avesse diretto un film di Friedkin. Rimane la sensazione che Infascelli non riesca a tenere un passo così definito per tutto il racconto. Già nei momenti successivi alla cattura di Menichiello, la storia pare tornare agli spazi del classico doc d’inchiesta sebbene la ritmatissima sequenza del processo pare comunque un’escrescenza di certo cinema civile degli anni ’70. La voce di Minichiello viene posta sempre più in primo piano e con essa la sua misteriosa ambiguità, tra ingenuità e furbizia: la rinascita come piccolo imprenditore, l’amore per i suoi figli, le tragedie personali. Ma c’è ancora tempo per un’improvvisa deviazione nell’autofiction, un clamoroso exploit da revenge-movie quasi alla Frankenheimer anch’esso ribaltato, grazie ad una riscoperta della fede quasi da teatro dell’assurdo e tuttavia viene da chiedersi dove sia finito tutto quel cinema evocato fino a quel momento.

La sensazione è che il sistema abbia trovato un nuovo equilibrio tra verità e interpretazione ma si tratta di una quiete delicatissima. Perché è troppo tardi, ormai è tutto immagine, reinvenzione continua dei fatti, ormai la rappresentazione ha soppiantato la realtà. E Infascelli è lucidissimo nell’abbracciare l’Apocalisse. Perché la verità su Minchiello è suggerita tutta negli ultimi dieci minuti: i suoi problemi psichici da stress post-traumatico, il dossier secretato della CIA a suo nome, le sue curiose amicizie durante gli anni di piompo. Ma è un processo in apocope, improvviso, che spiazza lo spettatore, rompe l’incantesimo, uno svelamento quasi in dissolvenza, che si svolge alla fine, quando è troppo tardi per indagare.

Dopotutto è comprensibile, nel racconto di una vita del genere, la verità non può che finire fuori campo.

 

Regia: Alex Infascelli
Distribuzione: Wanted Cinema
Durata: 90′
Origine: Italia, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
Sending
Il voto dei lettori
4.5 (4 voti)
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