La abuela, di Paco Plaza

Un incubo audiovisivo, tanto prezioso quanto audace, in cui fabula e intreccio si mescolano per dare sfogo ad una moderna fenomenologia del male. Le stanze di Rol.

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Per una generazione che appassisce ce n’è un’altra che fiorisce. Questo dovrebbe essere l’ordine naturale delle cose. La abuela, nuovo film di Paco Plaza, presentata al Torino Film Festival nella sezione Stanze di Rol, combatte con la forza di un rinnovato cinema Horror la normalità dello scorrere del tempo. Il film di Plaza, già dalla prima scena, ferma le lancette dell’orologio della vita e confonde la linearità del tempo, “uccidendo” la bellezza della gioventù.

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“Non c’è niente di più affascinante di una bellezza che sta per svanire…”

Gozzano scriveva che a venticinque anni si è già vecchi, mostrando tutto il rimpianto per una “non assai goduta giovinezza”. Susana (Almudena Amor), protagonista del film di Plaza, a suo modo, vive lo stesso dramma. Ventiquattrenne, vive da quando ne ha diciotto a Parigi, dove si è trasferita da Madrid per poter lavorare come modella. Nonostante la giovane età, è già una veterana nel mondo della moda ed è in cerca del lavoro che possa davvero cambiarle la vita, prima che sia troppo tardi. Ma proprio quando le sembra di averlo finalmente trovato, ecco che una chiamata cambia tutto. Nonna Pilar, l’unica persona che ha cresciuto Susana dopo la prematura morte dei genitori, è stata ricoverata d’urgenza per un’emorragia cerebrale. Nonostante si sia salvata e possa quindi ritornare nel suo appartamento, non ha più l’autosufficienza di un tempo. I ruoli, dopo anni, si invertono per Susana che decide di volare a Madrid per curare qualche giorno a casa nonna Pilar, in attesa di trovare una persona che se ne occupi a tempo pieno.

Da questo momento la casa d’infanzia di Susana diventa l’unico riferimento tangibile di un incubo lucido che investe protagonista e spettatore. Passato, presente e futuro, così come infanzia, giovinezza e vecchiaia, si confondono in un’allucinazione audiovisiva che investe la protagonista, tanto quanto lo spettatore. Le lancette bloccate dell’orologio, inquadrate all’inizio della pellicola, evocano così il punctum di congiungimento tra nonna e nipote (che tra l’altro compiono gli anni lo stesso giorno), in una progressiva fusione allucinata, destinata a diventare totale…

Fotografie, specchi, riflessi, quadri: qualsiasi oggetto iconografico nella casa madrilena confonde e scambia Susana con Pilar e viceversa. Un luogo così tangibile, pieno di oggetti fisici, mobili, suppellettili, assume d’un tratto un’essenza metafisica, immateriale, quasi onirica. La casa è il non-luogo dell’orrore per Susana che solo in questo tipo di dimensione può rievocare i traumi del passato, cancellati dalla memoria.

È una grande scommessa quella di Plaza, il quale adegua l’intreccio audiovisivo al frenetico e assurdo dipanarsi degli avvenimenti che colpiscono fisicamente e spiritualmente la protagonista. Le sequenze diventano asfissianti nella loro illogicità e traumatizzanti nel loro manifestare la presenza reale quanto intangibile del male. Male che sì, viene personificato nella figura di nonna Pilar (una grandissima Vera Valdez) ma che non ha nulla a che vedere con il concreto, con la fisicità. Il male è insito nel desiderio, nella malattia contemporanea di “voler fermare le lancette della vita”, nel terrore di essere arrivati ancor prima di essere partiti. Peccato di cui, però, è altrettanto colpevole la nipote e non solo…

Il film coinvolge dal primo all’ultimo fotogramma, mischiando con grande audacia e attenzione fabula e intreccio, distorcendo entrambi i fattori e permettendo la fusione di forma e contenuto, riflesso della fusione Nonna-Nipote. L’incubo visivo creato da Plaza è un film tanto prezioso quanto audace.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.2
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Il voto dei lettori
2.5 (2 voti)
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