Storia delle Parolacce con Nicolas Cage su Netflix

Un viaggio nel mondo del linguaggio scurrile con una guida d’eccezione. La docu-serie su Netflix prodotta dal contenitore Funny or Die di McKay e Ferrell

Netflix è una piattaforma a cui piace osare. I suoi prodotti seriali hanno perso da tempo il loro carattere tradizionale per fondersi spesso con la galassia del documentario. L’ultima opera di questo originale filone analizza con un marcato gusto antropologico la storia delle parolacce e dell’evoluzione che esse hanno avuto nella storia dell’umanità fino ai giorni nostri. Nicolas Cage è il conduttore principale che scandisce il ritmo degli episodi, intervallato da una serie di ospiti ricorrenti specializzati in differenti ambiti che vanno dall’arte musicale alla stand-up comedy. Tuttavia, malgrado l’incipit possa apparire esclusivamente ironico, il veterano attore statunitense riesce nell’impresa di adottare un approccio rigoroso donando ordine ed equilibrio.
Una sorta di Piero Angela che ricostruisce filologicamente la storia linguistica di queste parole che alla fine acquisiscono una loro importanza. Ogni episodio è dedicato a una parola, ma l’interesse maggiore cade nel rigore quasi scientifico con cui vengono analizzate, partendo proprio dalla loro semantica senza tralasciare l’aspetto ironico e leggero. Cage spiega, per esempio, perché effettivamente usiamo la parola fuck per imprecare a causa di un evento negativo che ci è accaduto o per un dolore fisico. In seguito interviene un’esperta di linguaggio che analizza la motivazione che sta alla base del perché imprechiamo, seguendo una logica scientifica: infatti tendiamo a usare turpiloqui come antidoti illusori che ci fanno percepire meno il dolore. Sono fatti psicologici inspiegabili che si sono tramandati partendo dai contesti storici da cui provengono che spesso risultano decisamente antichi. Il termine damn ha una genesi semantica derivativa dal Medioevo. La dannazione, da cui proviene la parola, possedeva e possiede una carica esoterica e allegorica tipica dei secoli medievali.

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Ogni parola si lega, quindi, a una determinata emozione a essa associata che ha una funzione catartica a seconda della nostra personalità. Nell’immaginario attuale tendiamo a usare uno slang di matrice statunitense che si concretizza nella cultura musicale rap/hip pop. Usiamo la parola bitch dopo averla ascoltata e sentita pronunciare in numerose canzoni o film statunitensi, ed è interessante come la serie ponga l’accento analizzando il modo con cui tendiamo ad assorbire involontariamente parole che non appartengono strettamente alla nostra cultura d’origine. Del resto appare evidente che le sapienti mani di Will Ferrell e Adam McKay che hanno curato il progetto, attraverso il loro contenitore Funny or Die, provengono da quell’immaginario lì.
Una concezione della commedia che riesce a unire uno spassoso divertimento pop a un’analisi sociologica della società in cui viviamo usando delle semplici parole per spaziare ed estendere il discorso verso le motivazioni psicologiche che ci spingono ad usarle nel quotidiano. A proposito di questo problema, i due episodi dedicati alle parole dick e pussy scavano nel profondo e risultano probabilmente essere i vertici della serie. Gli ospiti si interrogano su come sia possibile che le due parole che indicano gli organi sessuali siano usate senza alcun tipo di rimorso o censura nelle società attuali, trovando la risposta nella sessualizzazione di tutto l’apparato culturale odierno. Tuttavia la serie non ha intenzione di fare denuncia in senso moralistico, anzi appoggia e sostiene la dignità di questa scabrosa terminologia.

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