La tarantola dal ventre nero, di Paolo Cavara

Giallo all’italiana sul filone animalesco argentiano che mescola la trama thriller con inserti erotici e quadretti di vita di coppia borghese. Ottimo Giannini nella parte del commissario disilluso.

Paolo Cavara è stato un buon documentarista (Mondo cane, La donna nel mondo e soprattutto il capolavoro L’occhio selvaggio del 1967) che agli inizi degli anni ’70 sull’onda argentiana dello spaghetti thriller, si è cimentato nel genere con due titoli significativi: La tarantola dal ventre nero (1971) e ….E tanta paura (1976). Il taglio del suo primo giallo è in bilico tra la efferatezza del suo stile documentaristico e le atmosfere del noir urbano a tinte erotiche sul modello di Umberto Lenzi e Sergio Martino. Un maniaco uccide una serie di belle donne paralizzandole con un grosso spillone e poi sventrandole, mimando la crudeltà del rapporto tra tarantola e vespa. In un centro massaggi, in cui ruotano ricattatori e spacciatori, fisioterapisti ciechi e camerieri omosessuali, è nascosta la soluzione dell’intreccio.

Cavara sin dalla prima scena inganna lo spettatore facendo immaginare dietro un vetro cose che non ci sono: abbonda anche generosamente in nudità e si sofferma sul modus operandi dell’assassino con primi piani su statue, abat-jours e spilloni da agopuntura. Se è vero che è netta l’influenza del Dario Argento di L’uccello dalle piume di cristallo (il dettaglio nella foto del ricatto, la deviazione sessuale che scatena la furia omicida, la soggettiva dell’assassino), vi sono anche evidenti influenze di Mario Bava (Sei donne per l’assassino) e una cura rigorosa degli interni e degli esterni. I primi riflettono il design dei primi anni ’70 con influenze della pop art; i secondi ci regalano una Roma periferica (zona EUR) spettrale e depersonalizzante.

Il cast è di altissimo livello con Giancarlo Giannini commissario di polizia in crisi di coscienza e Stefania Sandrelli, moglie borghese travolta dalla società dei consumi. Giannini è molto bravo a dare al suo personaggio quel senso di disagio che lo porterà nel finale a perdersi nella folla anonima di Via Frattina catturato dalla ragnatela dei titoli di coda. La sua intimità violata dal fotografo e data in pasto al pubblico ludibrio è la molla che fa scattare la reazione. E poi ancora Barbara Bouchet nel ruolo di una ninfomane che si concede molto generosamente, Claudine Augier direttrice del centro massaggi con inclinazioni lesbiche, Barbara Bach ricattatrice pentita, Annabella Incontrera proprietaria di un negozio di pellicce e spacciatrice insospettabile, e Rossella Falk che subisce con silenziosa dignità un ricatto sessuale. C’è anche un marito in fuga (Silvano Tranquilli) che compie una indagine parallela per scagionarsi dall’omicidio della ex moglie.

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Cavara riesce, grazie alla prova delle sue attrici, a proporre una serie di personaggi femminili diversi ma molto sfaccettati. Pur mantenendo una certa ripetitività nella tecnica degli omicidi, il regista stempera il clima con il personaggio di Catapulta (investigatore privato dal marcato accento siculo) e qualche battuta sagace del giovane commissario. Anche le scene di inseguimento sono molto ben girate e quella sui tetti nella zona del grattacielo della San Paolo IMI (in viale Rembrandt a Roma, stessa location di un altro giallo all’italiana del periodo: Giornata nera per l’Ariete di Luigi Bazzoni) ha davvero una chiusa agghiacciante. Si arriva alla fine con la curiosità di scoprire il volto del colpevole ma con una certa delusione per movente e modalità di mimetizzazione. La colonna sonora ansimante e gemente come da soft porn è di Ennio Morricone e solletica la immaginazione dello spettatore a varcare la soglia del visibile.

 

Regia: Paolo Cavara
Interpreti: Giancarlo Giannini, Claudine Auger, Barbara Bach, Silvano Tranquilli, Stefania Sandrelli, Barbara Bouchet, Rossella Falk
Distribuzione: Prime Video
Durata: 99′
Origne: Italia, 1971

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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