"La Versione di Barney", di Richard J. Lewis


Il giovane regista canadese Richard J. Lewis azzera tutta la complessità linguistica di Richler – riducendo di molto anche la carica sovversivo/scorretta del personaggio di Barney – e si rifugia nel genere: tenta la carta della “commedia malinconica” e vince perché non cerca mai di sovrapporsi al suo personaggio inseguendo improbabili vezzi autoriali

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Paul Giamatti e Dustin Hoffman in La versione di BarneyBarney è “imperfezione”: il personaggio creato dal genio di Moedecai Richler nel suo romanzo di culto La versione di Barney sprigiona una tale carica di umanità compressa, distillata nei più vari difetti e fallimenti che costellano il suo percorso di vita, con cui è impossibile non stabilire un fortissimo contatto emotivo. Barney è “confusione”: produttore di un mediocre show televisivo, ma con un passato da artista mancato, illusioni perdute e tre matrimoni falliti alle spalle, si trova ora a guardare in faccia la sua vecchiaia in solitudine. Barney è “incomprensione”: cronicamente incapace di comunicare i suoi sentimenti più profondi (tranne di fronte al detonatore delle sue passioni, la terza amatissima moglie Miriam) viene addirittura sospettato dell’omicidio del suo migliore amico Boogie, che continua a vivere in un martellante ricordo. Insomma, la maschera di Barney Panofsky diventa istantaneamente uno specchio di pura umanità (non) filtrata attraverso cui può essere comodo o sgradevole guardarsi in faccia.
Ecco, è proprio questo il più grande merito di chi ha trasposto questa meravigliosa storia al cinema: lo sceneggiatore Michael Konyves e il giovane regista canadese Richard J. Lewis. L’essere riusciti, con le ovvie semplificazioni dettate dalla differenza di medium, a conservare tutta la carica umana di un personaggio che sbaglia, sbaglia e continua a sbagliare, ma insiste imperterrito a cavalcare i propri istinti più veri. Lewis azzera tutta la complessità linguistica di Richler – riducendo di molto anche la carica sovversivo/scorretta del personaggio di Barney  – e si rifugia nel genere: tenta la carta della “commedia malinconica” e vince perché non cerca mai di sovrapporsi al suo personaggio inseguendo improbabili vezzi autoriali. Mettimola così pertanto…questo film configura solo “una” delle tante versioni potenzialmente traibili dal fluviale e densissimo capolavoro letterario: Lewis sceglie “una” traiettoria interna, la astrae e umilmente la persegue. Come un novello
Sydney Pollack si mette totalmente al servizio di questa storia così intimamente universale, utilizzando intelligentemente un cinema che possa assecondarla con la più ampia fruibilità nell’approccio. Inizia così un viaggio a ritroso nel passato di Barney (strutturato in continui flaschback di deficitaria memoria) che riesce a tracciare efficacemente proprio una ironica e dolorosa mappatura sentimentale. Grande merito di tutto ciò va anche a Paul Giamatti – di fatto vero coautore del film, in una interpretazione inferiore solo al suo zenit attoriale raggiunto con Shyamalan – che con la sua mimica facciale trasuda costantemente emotività creando un’interfaccia sentimentale potentissima con noi spettatori che lo guardiamo. Lo guardiamo mentre si innamora follemente di Miriam al primo sguardo (in una scena girata meravigliosamente); oppure mentre piange e sorride nel contempo della surreale morte del padre Izzy (un travolgente Dustin Hoffman); o ancora mentre scivola lentamente nell’incoscienza di una malattia che erode solo gli argini di memoria, lasciando intatto il fiume emotivo di un controverso passato. Semplicemente, classicamente, ci specchiamo nel suo tortuoso vivere

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Titolo originale: Barney's Version

Regia: Richard J. Lewis

Interpreti: Paul Giamatti, Dustin Hoffman, Rosamund Pike, Minnie Driver, Rachelle Lefevre, Scott Speedman, Bruce Greenwood

Distribuzione: Medusa

Durata: 132'

Origine: Canada e Italia, 2010

 

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    Un commento

    • io avevo letto il libro molto tempo fa, e il film mi ha lasciato un po' perplesso. Ma condivido abbastanza questa recensione, il film uno lo deve giudicare a prescindere dal libro, in questo modo diventa un buon film.