L’amante russo, di Danielle Arbid

Il romanzo che fece scalpore negli anni ‘90 viene tradotto in immagini intime, che esplorano la passione di una donna e la libertà di poterla perseguire. Selezione Cannes 2020, ora ai Rendez-Vous

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Adattamento dell’omonimo libro autobiografico di Annie Ernaux, che nel 1992 ha fatto scandalo per il suo timbro eversivo e il tono destabilizzante ma soprattutto erotico. Oggi quel libro è tradotto in immagini dalla regista Danielle Arbid che, con forbitezza, racconta la storia di una donna all’interno di una relazione “clandestina”, in balia del proprio desiderio. Facente parte della Selezione ufficiale del Festival di Cannes 2020, il film, come a suo tempo il libro, vuole avere al centro una donna controcorrente, che abbatte gli stereotipi, e che dev’esserlo esplorando la propria femminilità e lasciandosi trasportare dalla semplice passione – come suggerito d’altronde dal titolo originale. Ma andando avanti si intuisce meglio il come ciò che viene messo sul tavolo operatorio sia in realtà un analizzare cosa succede alla mente femminile – o qualunque altra – quando si ritrova “dipendente dall’amore”.

Hélène è una docente universitaria e madre divorziata; Alexandre è un diplomatico russo sposato. I due si incontrano fuori Parigi e consumano la loro relazione in segreto. Nel corso del tempo in cui queste anime sconosciute si trovano, incontrano, uniscono, raccontano di un sentimento che accresce ma soprattutto di una storia d’amore che è anche storia di sesso; l’intento della regista è proprio mostrare come queste due realtà possano coesistere, poiché spesso una storia tende a concentrarsi più su un solo aspetto alla volta, come fossero due poli separati. Qui viene raccontato cosa significa essere innamorati, partendo proprio dalla semplice passione, da un incontro che si trasforma in più incontri, e viene fatto senza tralasciare nulla.
L’escamotage stereotipato dell’uomo sposato, sia assente che presente, diventa quasi un’entità, una magia, qualcosa da aspettare e in cui sperare, qualcosa che permette di provare cosa significhino l’essenza e l’assenza, l’agonia della lontananza, l’emozione agitata del pre-incontro, la necessità del momento.

“Penso che Annie Ernaux sia una donna libera.” La descrive così la regista.
“Effettivamente, nel 1992, fu attaccata, insultata, disprezzata dalla stampa che la accusava all’epoca di strisciare davanti a un uomo, di passare questi pomeriggi ad aspettare un uomo, di essere una donna sottomessa. A queste polemiche lei rispondeva: “Penso che quando ami non hai limiti. Aspetto un uomo come un uomo può aspettare una donna. Non è il fatto che io sia una donna, è il fatto di essere innamorata”.

La protagonista cade, e cade più volte, come succede a tutti, uomini compresi. Una donna che diventa un personaggio qualsiasi che svolge azioni che possono rivelarsi comuni; passa le giornate in attesa, che sia della chiamata, di un messaggio, di un contatto, sempre disposta a dire sì, a lasciare in mano altrui il potere di decidere la direzione che prenderà la sua giornata: vuota e triste se niente si manifesta, in preda all’emozione se arriva un cenno. Un personaggio che sceglie di sottomettersi per amore diventando l’artefice del suo piacere, ma anche del suo tormento. Che forse è proprio questa la risposta: le relazioni di questo tipo sono spesso interpretate come imposte dal fato, come “capitate”, ma in realtà sono solo che volute. Annie Ernaux non è la vittima della storia e della relazione. Ma nonostante questo, si può davvero parlare di libertà?

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C’è il ritratto di una donna che vive una vera e propria Passion Simple – poiché la passione è questo che dovrebbe essere, qualcosa di semplice – ma allo stesso tempo inizia a vivere anche tutte “le fasi dell’amore”, o meglio, dell’innamoramento, con tutto ciò che questo comporta, da sessuale a sentimentale ma anche da sentimentale a sessuale, in un circolo senza fine, un insieme di emozioni che coesistono e che prendono spazio. Ci sono i passi di queste “fasi” che prevedono un passaggio dalla semplice passione a quel sentimento più complicato, dove si mettono in mezzo emozioni sempre più stratificate, che evolvono, che portano a un cambiamento all’interno della persona che non può essere evitato; c’è il sesso, c’è il distacco emotivo, c’è il silenzio; e poi arriva la complicità, la confessione, l’amore. Fasi, però, tutte unite una singola parola: dipendenza.

É vero: follemente pare proprio il ritratto di una donna che vive nell’attesa di un uomo. E se la protagonista fosse stata un uomo, il pensiero non sarebbe stato meno giudizioso. È difficile vedere la donna in questione come persona “libera” solo perché capace di trascurare ogni cosa in favore dell’ascolto del suo sé interiore, una volontà a primo acchito debole, in quanto non la invita né a ribellarsi né a migliorarsi ma anzi la spinge a essere schiava di sé stessa, delle sue pulsioni e ossessioni – non in quanto donna, ma in quanto essere umano. Un racconto che parte nel presente ma inizia al passato, una relazione non ancora iniziata ma già finita. Una storia che parla principalmente di assenza ma anche di poetica e di libertà; ma non tanto nell’essere liberi di per sé, ma nell’essere liberi di poter provare “sentimenti esagerati” e “ossessioni primitive”, senza trattative, senza indugio, senza moralismo, senza la paura di cedere ai propri istinti.

Suggestive immagini di primi piani costantemente riflesse negli specchi, che siano anche vetrate e schermi, danno la sensazione che ci sia qualcosa che fugge allo sguardo, come per ricordare di un’essenza che c’è stata e mai dimenticata, perciò diventano sovrimpressioni continuative, necessarie anche alla protagonista per guardarsi, capirsi e non giudicarsi. Una presenza-assenza che assume sempre le stesse forme. Un’immagine che però non può rimanere intatta per sempre. L’idea stessa dell’amore non sembra essere intatta. Un disegno amoroso che sicuramente non riguarda solo la protagonista della storia, come non riguarda solo le donne, ma che può comprendere chiunque. Il problema è che questo stadio dell’innamoramento, più che parlare di libertà, emancipazione e capovolgere gli stereotipi, sembra che ci sguazzi proprio dentro. Amore che é tutt’al più è ossessione, ossessione che é tutt’al più prigione. Donandone allora solo un barlume di quell’idea di libertà e di emancipazione che si richiede oggi.

La regista, che più che erotismo crea intimità, mette in scena una storia d’amore divergente, ma anche ordinaria, che mostra la realtà di questa coppia nella sua integrità. Motivo per cui rimane figlia della sua ripetitività, che, anche a livello visivo, potrebbe diventare stancante agli occhi di chi guarda. Succube di sentimenti comuni, quando anche tossici, cerca di rompere gli schemi ma rimane incastrata negli stessi.

 

Titolo originale: Passion Simple
Regia: Danielle Arbid
Interpreti: Laetitia Dosch, Sergei Polunin, Lou-Teymour Thion, Caroline Ducey, Grégoire Colin, Slimane Dazi
Distribuzione: Kitchen Films

Durata: 99′
Origine: Francia, Belgio, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
1 (1 voto)
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