Le discours, di Laurent Tirard

Il film è permeato da una malinconia di fondo, che fa da contraltare all’irresistibile ritmo narrativo incalzante e grondante di gag e situazioni estremamente comiche, ma mai saturate. #RomaFF15

Irriverente, brillante, denso di emozioni, ma anche un po’ cinico. Le discours è sicuramente una commedia riuscita sotto molti punti di vista. E fa ridere. E anche parecchio. Ma lo fa senza rinunciare all’intelligenza, all’introspezione e soprattutto ad uno sguardo che fonde sì elementi “già visti” della commedia, ma lo fa per dare loro nuova linfa vitale in un prodotto che ha molto da dire, in barba a chi potrebbe bollarlo come una commedia senza troppe pretese.

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Il film, adattamento dell’omonimo romanzo del noto fumettista Fabrice Caro, figura nella selezione ufficiale di Cannes 2020 ospitata dalla Festa di Roma. Il protagonista Adrien, interpretato da Benjamin Lavernhe, dopo essere stato lasciato da Sonia (Sara Girardeau) per “una pausa” e non un ufficiale “stop”, decide 38 giorni dopo di scriverle un messaggio, o meglio più di uno, per riagganciare i contatti con lei. Ma la ragazza per molte ore non risponde e come se non bastasse, Ludo (Kyan Khojandi), suo futuro cognato, gli chiede di preparare un discorso per il matrimonio fra lui e la sorella di Adrien (Julia Piaton). Ed è da lì che la narrazione di Le discours inizia a dispiegarsi. Lo spettatore si muove sostanzialmente dentro tre principali piani temporali. Uno, quello del presente, ovvero la cena di famiglia a cui sta partecipando Adrien, che viene continuamente interrotta dallo stesso, il quale rompendo più volte la quarta parete (ricordando spesso il Woody Allen di Io e Annie) apre al pubblico gli altri due piani temporali. Da un lato il passato, dagli aneddoti della sua adolescenza alla più recente relazione con Sonia, che Adrien rivive con profonda nostalgia. Dall’altro il futuro, con proiezioni del tanto temuto discorso e la convinzione sempre più crescente di non poterlo affrontare.

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Le discours è permeato da una malinconia di fondo, magistralmente calibrata dall’interpretazione di Lavernhe, che fa da contraltare all’irresistibile ritmo narrativo incalzante e grondante di gag e situazioni estremamente comiche, ma mai saturate. Questo perfetto equilibrio fra l’aspetto più intimo e per certi versi drammatico del film e quello invece più prettamente comico è sicuramente uno dei punti di forza dell’opera di Tirard. D’altronde come sosteneva Mike Nichols non ha senso dividere i film fra drammi e commedie, perché è troppo labile il confine e l’uno finisce per entrare nell’altro. Ed è proprio in questo sfumato che si muove Le discours, un po’ come aveva fatto un altro prodotto francese nella scorsa edizione della Festa del Cinema di Roma, Il meglio deve ancora venire, ma anche e soprattutto La belle époqueanch’esso dedicato alla nostalgia di un amore che sembra ormai perduto.

Ed infine a render ancora più godibile l’esperienza di Le discours è l’obiettività e la a volte spiazzante franchezza con cui il film esamina certe dinamiche sociali, amorose, quotidiane. Memorabile è la descrizione del trenino delle feste di matrimonio, a cui si cerca di sfuggire in tutti i modi ma dal quale non si riesce mai ad evitare di esser trascinati via. Non possiamo far altro che arrenderci all’appiccicoso sudore sulle spalle di un altro dei malcapitati davanti a noi e sorridere un po’. In fin dei conti non ci resta altro che prendere in mano il microfono e iniziare a pronunciare il discorso, sperando che da qualche parte, su uno di quei tavoli, ci sia qualcuno ad ascoltare.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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